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Per cercare di rispondere ai due quesiti, in questo loro più immediato ri/proporsi, ci piace fare esplicito riferimento allo strumentalismo del filosofo e pedagogista statunitense John Dewey, ovvero a quel suo considerare l’esperienza (anche quella artistica del fare) quale rapporto interattivo tra l’uomo e l’ambiente, riconoscendole il potere dell’estensione del pensiero e il suo divenire realmente educativa nel momento in cui promuove lo sviluppo e il potenziamento razionale dell’individuo. Bisogna, quindi, partire dalla constatazione/conferma che l’uno (l’artista) e l’altra (l’arte), e quell’altro ancora che è il fruitore dell’opera d’arte, appartengono tutti alla normale quotidianità del vivere, nella quale appunto l’attività/esperienza creativa si manifesta e attualizza inventando significati. Spesso, a prescindere dal linguaggio utilizzato, rivendicando/assumendo un ruolo comunicativo fondamentale e prioritario, in quella sua plurima sensorialità legata al vedere, al sentire e al toccare, e, quindi, al suo poter essere musica, video, architettura, cinema, oltre che pittura e scultura. Nella conferma, come accade appunto in Michele Roccotelli, della sincrona continuità tra arte ed esperienza. Riconoscendo all’immaginazione, e quindi all’esercizio della fantasia, la capacità, tra intuizioni, progetti e utopie, di modificare il reale, o meglio di pervenire ad una sua più profonda e pertinente conoscenza evolutiva. Quella che consente all’artista, in particolari situazioni, di andare oltre il ripetersi/riproporsi di fatti/sentimenti/emozioni per approdare ad una differente modalità di relazionarsi con se stesso e con quanto gli è intorno, conferendo all’arte e al suo manifestarsi, ovvero all’opera, il superamento del puro e semplice aspetto formale/materiale, per divenire una congèrie di percezioni, emozioni e passioni. Come, in realtà, è successo a Michele Roccotelli in questi due anni e passa appena trascorsi. E come, a ben guardare, sta ancora accadendo a lui e a tutti noi, tra un’epidemia infinita (della quale per alcuni versi siamo anche responsabili/colpevoli) e il ritorno, con sempre maggior virulenza, di quello status di belligeranza permanente, tipico dell’umano genere, a lungo e fortunatamente, dimenticato. Portandoci, l’artista incluso, a nuove ed impreviste, oltre che imprevedibili modalità del vivere, contraddistinte ad un’infinità di progressive, e talvolta, perfino problematiche e dolorose rinunce, quali l’incontro, il dialogo, la partecipazione, la vicinanza, l’abbraccio. Emergenza, quest’ultima, concreta e tangibile su cui riflettere ed interrogarsi, e con cui interagire. Partendo, ovviamente, dall’etimologia del termine, e quindi dal suo significare “cingere e chiudere tra le braccia” (che ci rimanda a Giacomino Pugliese e all’inizio del XIII secolo), e dai suoi sinonimi che, secondo il Pittàno, vanno da stretta ad amplesso. Cos’è allora l’abbraccio? Un gesto, un movimento delle braccia che stringe e avvolge l’altro a sé, una “dimostrazione di affetto, di intensa partecipazione o di amore, consistente nell’accogliere o nell’attrarre l’altra persona”. Un’azione, che va ben oltre il contatto fisico per essere anche immediatezza, pensiero, emotività, rapporto, sintonia, dialogo senza parole, che in questo lungo momento ci è maledettamente mancato, privandoci della sua immaginifica magia. Quella di cui scrive Pablo Neruda in una sua indimenticata poesia, chiedendosi dapprima: “Quanti significati sono celati dietro un abbraccio?”, per poi aggiungere: “Esistono molti tipi di abbracci”, e quindi concludere: “Ma il più delle volte un abbraccio/è staccare un pezzettino di sé/per donarlo all’altro/affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”. Ma anche ed ancor più, quella percepibile nelle tante maniere e nelle tante materie in cui l’abbraccio è stato raffigurato dagli artisti nel corso dei secoli, a partire da “Memi e Sabu” l’egizio calcare dipinto del 2575-2465 a.C. per poi giungere alle infinite raffigurazioni di Renato Guttuso degli anni Ottanta, passando per il Beato Angelico, Peter Paul Rubens, Elisabeth Le Brun, Antonio Canova, Paolo Troubetzkoy, Pablo Picasso, Umberto Boccioni, Gustav Klimt, Oskar Kokoschka, Marc Chagall, Giorgio De Chirico, Egon Schiele, Henri Matisse e tantissimi altri. Fino allo sciame di “Embrace” di Michele Roccotteli, che costituiscono il risultato più recente della sua intensa/proficua energia immaginativa e il corpus di questa mostra/percorso. Da leggere
secondo differenti tracciati e modalità, tenendo ben presenti alcuni
presupposti da cui non poter prescindere. Primo tra tutti il tempo
del fare, con il localizzarsi della totalità delle opere nel
quinquennio che va dal duemiladiciotto al duemilaventidue, tranne
due che dal duemilaventi vanno indietro di ben sei anni confermando
così la continuità operativa ben evidente nell’analisi del suo modus
operandi, assolutamente personale e coerente. Ribadita, a ben
guardare, nelle altre opere dislocate negli anni, nelle quali le
precedenti attenzioni tematiche di Roccotelli, tutte legate alla
naturalità, urbana o ancora più ampia, si modificano secondo
un’astrazione progressiva, assumendo nuove connotazioni/sembianze
più figurali. Puranco embrionali, ma assolutamente tali. Quindi il
colore e la materia, l’una propedeutica all’altro e viceversa, nella
costruzione di uno spazio pittorico astratto nel quale i punti di
osservazione si moltiplicano e si sovrappongono, tra ristagni
cromatici ed improvvise linee di fuga effervescenti che alludono a
forme ben identificate ed identificanti, giocando sull’allusione e
sul ricordo. Perfino quello degli studi/approfondimenti effettuati
nel tempo e del mestiere a lungo esercitato e manifesto. Astrazioni
cromatiche ed espansioni dinamiche da cui emergono corpi (quanti
nudi, e quante aggettivazioni: seduto, sensuale, piegato, roseo,
plastico, frontale, laterale, giallo, dormiente …) di donna e di
uomo, e parti di essi: mani, profilo, rotondità, retro … . O forse,
solo la loro memoria, in quell’essere l’uno e/o l’altra, e l’uno e
l’altra insieme. Come, appunto, negli “Embrace” dell’ultimissimo
periodo. Nei quali Michele Roccotteli propone una sorta di geografia
del corpo, vista attraverso la tematica dell’abbraccio con il suo
essere materico, naturale, informe, rosso, avvolgente, audace …
nella ri/scoperta del bacio (giallo, notturno, … e strutturato in
polittici) … e infine in quella fusione di corpi che è l’amplesso.
Facendoci riandare ad alcune sue precedenti prove, ma anche e
nuovamente, al lungo percorso della storia dell’arte e a quel suo
costante muoversi tra sensualità ed erotismo, spingendoci a ri/fermarci
su questi suoi recentissimi dipinti che, in un crescendo di
intensità emotiva, attualizzano la proiezione della fisicità dei
corpi in quella dimensione immaginativa, misteriosa e misterica che
caratterizza l’animo umano e identifica i sentimenti. Approdando a
“La petite seconde d’éternité/Où tu m’as embrassé/Ou je t’ai
embrassée”, di cui scrive Jacques Prévert, ovvero alla sospensione
del tempo. |