Non più rappresentare il mondo, ma lasciarlo accadere sulla tela. La rivoluzione di un'arte che ha fatto del gesto, della materia e dell'imprevisto il proprio linguaggio.


Ci sono momenti nella storia dell'arte in cui gli artisti sentono il bisogno di rompere con tutto ciò che li ha preceduti. Non per il semplice desiderio di essere diversi, ma perché i linguaggi conosciuti non sembrano più sufficienti a raccontare il mondo. È quello che accade nel secondo dopoguerra, quando l'Europa, ancora ferita dalle devastazioni del conflitto, si trova a fare i conti con una crisi che non è soltanto materiale e politica, ma anche morale, culturale ed esistenziale.

È in questo clima che prende forma l'Arte Informale, una delle esperienze più significative e rivoluzionarie del Novecento.

Ma che cosa significa, davvero, essere informali?

Il termine può trarre in inganno. Non significa dipingere senza criterio, rinunciare a ogni ricerca o affidarsi semplicemente al caso. L'Informale è, piuttosto, il rifiuto di una forma prestabilita, di una composizione rigidamente organizzata, di un'immagine che debba necessariamente riprodurre qualcosa di riconoscibile. È la volontà di liberare la pittura da regole ormai considerate insufficienti, restituendole una possibilità espressiva più immediata, fisica e personale.

L'opera non deve più necessariamente rappresentare la realtà: può diventare essa stessa una realtà.

Dalla rappresentazione all'esperienza

Prima dell'Informale, le avanguardie storiche avevano già messo in discussione i fondamenti della pittura tradizionale. Il Cubismo aveva scomposto gli oggetti e moltiplicato i punti di vista; l'Astrattismo aveva emancipato il colore e la forma dalla necessità di riprodurre il mondo visibile.

Dopo la Seconda guerra mondiale, tuttavia, molti artisti avvertono l'esigenza di andare ancora oltre. Anche i linguaggi delle avanguardie, ormai consolidati, rischiano di trasformarsi in nuove convenzioni.

Occorre ripartire da zero, o quasi.

La tela non è più soltanto una superficie sulla quale costruire un'immagine, ma uno spazio in cui si manifesta un'esperienza. Il colore può colare, accumularsi, stratificarsi; il segno può diventare una ferita; la materia può lacerarsi, bruciarsi, incresparsi. Ciò che un tempo sarebbe stato considerato un difetto o un'imperfezione acquista una propria dignità espressiva.

La pittura si allontana così dalla necessità di mostrare qualcosa e comincia a raccontare qualcosa attraverso il proprio stesso farsi.

Non è più soltanto ciò che vediamo a contare, ma anche ciò che immaginiamo sia accaduto sulla superficie del dipinto.

La materia prende la parola

Uno degli aspetti più affascinanti dell'Informale è proprio la nuova considerazione della materia. Per secoli, nella tradizione pittorica occidentale, i materiali sono stati soprattutto strumenti al servizio dell'immagine. Nell'Informale, invece, acquistano una presenza autonoma, quasi una personalità.

La materia non è più soltanto qualcosa da modellare e controllare: è qualcosa con cui confrontarsi, talvolta persino da assecondare.

A Parigi, Jean Fautrier e Jean Dubuffet sperimentano superfici irregolari, impasti densi, segni elementari e forme che sembrano emergere da una dimensione primitiva. Le loro opere non cercano la bellezza convenzionale, ma una verità espressiva che può essere ruvida, inquietante, persino sgradevole.

Nel 1952 il critico Michel Tapié pubblica Un Art Autre, un testo fondamentale per comprendere questa nuova sensibilità. L'espressione Art Autre, cioè «arte altra», indica una ricerca che sfugge alle classificazioni tradizionali e che riconosce nell'intuizione, nell'energia del gesto e nell'imprevedibilità del processo creativo alcune delle sue caratteristiche essenziali.

Anche in Italia, già nel 1944, Enrico Prampolini aveva affrontato il problema della materia con il suo saggio Arte polimaterica (verso un'arte collettiva?), anticipando riflessioni che sarebbero diventate centrali negli anni successivi.

La materia, insomma, non è più soltanto il mezzo attraverso cui l'artista si esprime. Diventa parte integrante del suo pensiero.

E forse è proprio qui che risiede una delle intuizioni più profonde dell'Informale: non è sempre la forma a dare ordine alla materia; talvolta è la materia stessa a suggerire, generare e imporre la forma.

Il gesto, la macchia, la ferita

L'Informale non è un movimento omogeneo. È piuttosto una costellazione di esperienze differenti, unite dalla volontà di superare i modelli compositivi tradizionali.

In Francia, il Tachisme valorizza la macchia, l'impulso cromatico, l'apparente spontaneità del segno. In Italia, la ricerca materica trova in Alberto Burri uno dei suoi interpreti più radicali: sacchi, legni, plastiche, combustioni e superfici lacerate diventano protagonisti di opere nelle quali la materia porta impressi i segni della propria trasformazione.

Giuseppe Capogrossi sviluppa un linguaggio segnico inconfondibile, costruito attraverso la ripetizione e la variazione di elementi essenziali. Lucio Fontana, con i suoi tagli e le sue perforazioni, supera fisicamente la superficie della tela, trasformandola in una soglia aperta verso lo spazio. Emilio Vedova affida invece alla pittura un'energia inquieta e combattiva, fatta di gesti impetuosi, contrasti e tensioni.

Sono ricerche diverse, talvolta lontane tra loro, eppure accomunate da una convinzione: la pittura non deve necessariamente sottostare a un progetto definito in anticipo.

Il dipinto può nascere da un'intuizione, svilupparsi attraverso tentativi successivi, cambiare direzione, contraddire le intenzioni iniziali. L'artista non è sempre colui che impone un ordine alla superficie; può essere anche colui che ascolta ciò che sta accadendo e decide, momento dopo momento, come intervenire.

In questo senso, il gesto pittorico diventa una forma di conoscenza. Si comprende qualcosa mentre lo si fa, e talvolta soltanto dopo averlo fatto.

L'Europa e l'America: due sensibilità a confronto

Mentre in Europa si sviluppa l'Informale, negli Stati Uniti prende forma l'Espressionismo Astratto, con protagonisti come Jackson Pollock, Willem de Kooning e Franz Kline.

Le due esperienze condividono l'importanza del gesto, la libertà compositiva e il superamento della rappresentazione tradizionale. Non sono, però, la stessa cosa.

Nella pittura americana emerge spesso una forte affermazione dell'individualità, dell'energia creativa e della dimensione fisica dell'azione pittorica. Nell'Informale europeo, invece, la memoria della guerra e la crisi della civiltà occidentale contribuiscono frequentemente a generare una sensibilità più drammatica, nella quale la materia sembra conservare le tracce di una ferita collettiva.

Naturalmente, si tratta di una distinzione generale, non di una regola assoluta. Entrambe le esperienze sono attraversate da tensioni, inquietudini e percorsi individuali molto diversi.

Resta però una differenza di accento: se in una parte dell'Espressionismo Astratto il gesto può apparire come affermazione della propria libertà, nell'Informale europeo la materia può farsi anche testimonianza di una realtà che ha perduto le proprie certezze.

La tela non offre necessariamente risposte. A volte restituisce soltanto domande.

Informale: caos o libertà?

È una domanda che vale la pena porsi, soprattutto davanti a un dipinto che sembra non avere un centro, una gerarchia o un ordine immediatamente riconoscibile.

L'Informale è davvero disordine?

A mio avviso, confondere l'assenza di una forma tradizionale con l'assenza di ricerca significa fermarsi alla superficie dell'opera. Un dipinto informale può essere il risultato di un lavoro lento, meditato, fatto di sovrapposizioni, cancellature, ripensamenti e decisioni precise. La spontaneità, quando è autentica, non coincide necessariamente con l'improvvisazione inconsapevole.

Anche il gesto più istintivo porta con sé una storia: quella dell'artista, delle sue esperienze, delle sue inquietudini e del suo rapporto con i materiali.

E poi c'è l'imprevisto, una componente che rende questa pittura particolarmente interessante. Un colore che si mescola in modo inatteso, una colatura, una superficie che reagisce diversamente dal previsto possono suggerire nuove possibilità. L'artista può accoglierle, modificarle o respingerle.

Il quadro diventa così il risultato di un confronto continuo tra intenzione e casualità, controllo e abbandono, progetto e scoperta.

Non tutto è deciso prima. Non tutto può essere previsto.

Ed è proprio in questa zona di incertezza che l'Informale trova una parte importante della propria forza.

Una pittura che continua a parlarci

L'Informale appartiene storicamente al secondo dopoguerra, ma le questioni che ha sollevato non sono affatto esaurite.

Ancora oggi, molti artisti sentono il bisogno di sottrarsi alle immagini codificate, di sperimentare materiali inconsueti, di affidare alla superficie pittorica un'espressione che non passi necessariamente attraverso la figura riconoscibile.

L'Informale ha dimostrato che una pittura può essere intensa senza raccontare una storia, comunicativa senza descrivere un oggetto, profondamente umana senza rappresentare il corpo umano.

Una macchia può suggerire un paesaggio interiore. Una superficie corrosa può evocare il tempo. Un segno violento può trasmettere inquietudine, mentre una stratificazione cromatica può produrre un equilibrio inatteso.

Naturalmente, non basta eliminare la figura o accumulare materia per ottenere un'opera significativa. Come in ogni forma d'arte, anche qui tutto dipende dalla qualità della ricerca, dalla necessità espressiva e dalla capacità di trasformare un'intuizione in un'esperienza visiva che abbia una propria intensità.

La libertà, da sola, non garantisce il risultato. Ma senza libertà, certe possibilità non esisterebbero neppure.

Quando dipingere significa cercare

Forse il fascino più duraturo dell'Arte Informale sta proprio nella sua indisponibilità a fornire una risposta definitiva alla domanda: che cosa deve essere un dipinto?

Non esiste una sola forma possibile, così come non esiste un unico modo di sentire, di pensare o di stare al mondo.

L'Informale ci ricorda che l'arte non deve necessariamente organizzare la realtà per renderla comprensibile. Può anche accoglierne le contraddizioni, lasciarne affiorare le tensioni, mostrare ciò che sfugge a ogni tentativo di definizione.

La materia diventa memoria, il colore diventa emozione, il gesto diventa presenza. E la superficie pittorica smette di essere una finestra attraverso cui guardare il mondo per trasformarsi in un luogo in cui il mondo, almeno per un momento, sembra accadere.

Forse è questo il senso più profondo dell'Informale: non dipingere qualcosa, ma cercare qualcosa attraverso il dipingere.Una ricerca senza garanzie, senza percorsi obbligati, senza la certezza di un approdo. Una ricerca nella quale anche l'errore può diventare una possibilità e l'imprevisto può rivelare ciò che un progetto troppo rigido non avrebbe mai permesso di scoprire.

Perché, in fondo, la pittura non è soltanto il risultato che rimane sulla tela. È anche tutto ciò che è accaduto mentre quel risultato prendeva forma. E forse, per chi dipinge, è proprio lì che comincia la parte più autentica del viaggio.
 

J.J.Rousseau, pensatore solitario