Ogni periodo culturale ha bisogno di qualcuno capace non soltanto di guardare
l'arte, ma di interpretarla, discuterla e inserirla nel proprio tempo. Per
decenni questo compito è appartenuto alla critica d'arte: una funzione molto più
complessa del semplice giudizio estetico, perché significa creare relazioni tra
opere, artisti, società, storia e pubblico.
Oggi, però, la critica sembra attraversare una fase di indebolimento proprio
mentre l'arte contemporanea avrebbe bisogno di nuove energie.
La scomparsa di figure come Luca Beatrice e Paolo Manazza, e prima ancora di
Philippe Daverio, ha lasciato un vuoto difficilmente colmabile. Daverio, in
particolare, aveva saputo trasformare la divulgazione in una forma alta di
educazione allo sguardo: con ironia, cultura e straordinaria capacità
comunicativa riusciva a rendere l'arte accessibile senza impoverirla. Anche
personalità come Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva, pur appartenendo a
generazioni e percorsi differenti, hanno rappresentato per decenni punti di
riferimento imprescindibili del dibattito artistico italiano.
Ma sarebbe sbagliato concludere che la critica sia semplicemente scomparsa.
Esistono nuove generazioni di studiosi, critici e curatori che stanno
costruendo, spesso lontano dai grandi riflettori, un pensiero sull'arte
contemporanea. Gabriele Romeo, critico, curatore e docente, presidente di AICA
Italia; Chiara Canali, che ha dedicato parte della propria ricerca anche al
rapporto tra arte, tecnologia e intelligenza artificiale; Giuseppe Carli,
impegnato proprio all'intersezione tra arte, tecnologia e società; Raffaele
Quattrone, sociologo e curatore attento ai rapporti tra arte e trasformazioni
sociali; Carlo Sala, critico, curatore e docente, sono alcune delle voci che
testimoniano come il pensiero critico non sia affatto estinto.
Accanto a loro si affacciano studiosi e curatori ancora più giovani. Il recente
dibattito promosso da NABA, con il coinvolgimento di giovani artisti e curatori
nati tra gli anni Novanta e Duemila, dimostra che la domanda sul ruolo della
critica è tutt'altro che superata. Anzi, in un universo dominato dalla
sovrabbondanza di immagini, informazioni e opinioni, la necessità di orientare,
rallentare lo sguardo e costruire interpretazioni alternative sembra diventare
ancora più urgente.
Il problema, allora, non è l'assenza di talento, ma la difficoltà di creare le
condizioni perché questo talento possa crescere. Servono riviste autorevoli,
spazi editoriali, premi, borse di studio, università, fondazioni e istituzioni
disposte a investire nella formazione di una nuova generazione di critici. In
questa direzione iniziative come il Premio Scripta, rivolto agli studiosi under
35 e finalizzato a sostenere la scrittura critica sull'arte contemporanea,
rappresentano segnali importanti, ma ancora insufficienti rispetto alla vastità
del problema.
E poi è arrivata l'intelligenza artificiale
C'è tuttavia una domanda che oggi non possiamo più eludere: se un'intelligenza
artificiale è in grado di produrre in pochi secondi una recensione d'arte colta,
coerente, documentata e persino stilisticamente raffinata, abbiamo ancora
bisogno del critico umano?
La risposta, a mio avviso, è sì. Ma soltanto se comprendiamo che cosa significhi
davvero fare critica.
L'IA può analizzare un'opera, riconoscere riferimenti iconografici, mettere in
relazione movimenti artistici, utilizzare un linguaggio specialistico e
costruire un'interpretazione persuasiva. Può persino produrre testi migliori,
sotto il profilo formale, di molti scritti umani.
Ma la critica non è soltanto scrittura.
Un algoritmo può descrivere un'opera; il critico deve assumersi la
responsabilità di prendere posizione.
Può individuare analogie e riferimenti; il critico deve decidere quali siano
davvero significativi.
Può costruire un'interpretazione plausibile; il critico deve metterci la propria
esperienza, la propria cultura, il proprio gusto, persino i propri dubbi e i
propri errori.
Soprattutto, il critico umano entra in rapporto con un'opera e con il suo autore
all'interno di una storia reale. Può aver visto quella ricerca nascere,
conoscere il percorso dell'artista, averne seguito le trasformazioni, averne
discusso personalmente. Può cambiare idea. Può contraddirsi. Può perfino
sbagliare. Ed è proprio questa fallibilità consapevole a rendere autentico il
suo giudizio.
L'IA può produrre una critica convincente. Ma non ha bisogno di credere in ciò
che scrive.
Il critico, invece, dovrebbe avere il coraggio di dire anche "questa opera non
funziona", quando lo pensa, oppure di difendere un artista ancora marginale
quando ritiene che il sistema dell'arte non ne abbia compreso il valore. La
critica, infatti, non dovrebbe limitarsi a confermare ciò che già sappiamo:
dovrebbe aprire un conflitto, proporre una lettura, mettere in discussione una
certezza.
È forse questa la vera sfida della critica nell'epoca dell'intelligenza
artificiale: non competere con le macchine sul terreno della velocità, della
quantità o della proprietà linguistica, ma recuperare ciò che una macchina non
può sostituire: responsabilità, esperienza, sensibilità, relazione e posizione.
L'IA potrà diventare uno straordinario strumento per il critico. Potrà aiutarlo
a documentarsi, confrontare fonti, individuare connessioni e ampliare il proprio
campo di ricerca. Ma proprio per questo il futuro non dovrebbe essere quello di
una critica sostituita dall'algoritmo, bensì di una critica umana capace di
utilizzare l'intelligenza artificiale senza delegarle il proprio giudizio.
Chi racconterà, dunque, l'arte di domani?
Probabilmente non saranno né soltanto gli algoritmi né soltanto i critici
tradizionali. Saranno quegli studiosi capaci di abitare il confine tra cultura e
tecnologia, mantenendo però al centro l'essere umano e la sua irriducibile
capacità di attribuire significato.
Perché un'opera d'arte può essere analizzata da una macchina.
Ma a decidere perché quell'opera debba ancora parlarci, e perché valga la pena
ascoltarla, dovrà esserci qualcuno disposto a metterci la propria voce.
