La materia che ci compone viene da lontano e continuerà il suo viaggio nell'universo. Ma la coscienza, i ricordi, l'amore e quel misterioso sentimento di essere noi stessi? La scienza cerca risposte, la filosofia interroga i limiti della conoscenza e l'essere umano continua a confrontarsi con il più grande dei misteri.


C'è una domanda che, prima o poi, si affaccia nella vita di ciascuno di noi. A volte arriva quando perdiamo qualcuno che amiamo; altre volte si presenta in una notte insonne, osservando il cielo, oppure in quel momento di silenzio in cui ci accorgiamo che gli anni passano e che anche la nostra vita, come ogni altra cosa, ha un termine.
La domanda è semplice soltanto in apparenza: quando moriamo, che cosa rimane davvero di noi?
Non parlo soltanto del corpo, della materia che lo compone e che sappiamo destinata a trasformarsi. Mi riferisco a qualcosa di più difficile da afferrare: quella voce interiore che ci accompagna, la memoria di ciò che abbiamo vissuto, il volto delle persone amate, le emozioni che ci hanno attraversato. In una parola, la coscienza. Quel sentimento intimo, quasi impossibile da spiegare a chi non siamo noi, che ci fa dire: "io sono, io sento, io ricordo, io esisto."
È una domanda che per secoli abbiamo affidato alla religione e alla filosofia. Oggi possiamo rivolgerla anche alla scienza, senza pretendere che quest'ultima abbia già tutte le risposte.

Roger Penrose e il mistero della coscienza

Tra gli scienziati che hanno affrontato questo problema c'è Roger Penrose, matematico e fisico britannico, insignito del Premio Nobel per la fisica nel 2020.
È importante ricordare per quale motivo gli fu assegnato il riconoscimento: Penrose dimostrò che la formazione dei buchi neri costituisce una conseguenza robusta della teoria della relatività generale di Einstein. Non ricevette il Nobel per le sue ipotesi sulla coscienza, né per aver dimostrato l'esistenza di un'anima immortale. La motivazione ufficiale del Nobel è molto precisa su questo punto.
Eppure Penrose si è interessato anche a una questione che va ben oltre i confini della fisica dei buchi neri: il funzionamento della mente umana.
Come può la materia, organizzandosi in un cervello, diventare capace di provare un'emozione? Perché una determinata attività elettrica e chimica si accompagna alla sensazione di vedere il mare, ascoltare una musica, ricordare un amore lontano o soffrire per una perdita?
Possiamo descrivere i processi che avvengono nel cervello quando proviamo paura, gioia o nostalgia. Possiamo studiare i neuroni, le connessioni che li uniscono, le aree cerebrali coinvolte nella memoria e nella percezione. Ma rimane una domanda più sottile: perché tutto questo è accompagnato da un'esperienza vissuta dall'interno?
Un tramonto, per esempio, può essere descritto attraverso la lunghezza d'onda della luce, le proprietà dell'atmosfera e i meccanismi attraverso cui il cervello elabora le informazioni visive. Ma nessuna di queste descrizioni, da sola, sembra restituire completamente ciò che significa vedere quel tramonto, sentirsi attraversare dalla sua bellezza o provare, davanti a quella luce, una malinconia che non sappiamo spiegare.
È questo uno dei problemi più profondi della coscienza: comprendere non soltanto come il cervello elabori le informazioni, ma anche come si accompagni a tale elaborazione la nostra esperienza soggettiva.
 

La teoria Orch-OR: un'ipotesi affascinante, non una certezza

Per cercare una risposta, Penrose ha sviluppato, insieme all'anestesista e ricercatore Stuart Hameroff, una teoria chiamata Orch-OR, acronimo di Orchestrated Objective Reduction, traducibile come riduzione oggettiva orchestrata.
Secondo questa ipotesi, la coscienza potrebbe dipendere anche da particolari processi quantistici che si verificano all'interno dei neuroni, in strutture cellulari chiamate microtubuli.
I microtubuli sono minuscoli elementi del citoscheletro, una sorta di impalcatura interna delle cellule. Penrose e Hameroff ipotizzano che possano sostenere processi quantistici coordinati e che questi, collegandosi all'attività neuronale, contribuiscano alla formazione degli eventi coscienti.
La proposta è ambiziosa perché non si limita a cercare la coscienza nell'attività ordinaria delle reti nervose: suggerisce che, per comprenderla fino in fondo, potrebbe essere necessario indagare anche il rapporto tra meccanica quantistica, gravità e struttura fondamentale della realtà.
La teoria è stata presentata e difesa dai suoi stessi autori in pubblicazioni scientifiche, tra cui una revisione apparsa nel 2014 sulla rivista Physics of Life Reviews. È però rimasta controversa. Le obiezioni riguardano, tra le altre cose, la possibilità che i processi quantistici ipotizzati possano mantenersi abbastanza stabili nell'ambiente caldo e complesso del cervello e che svolgano effettivamente il ruolo attribuito loro dalla teoria.
Alcune ricerche recenti sulle proprietà fisiche dei microtubuli e sulle oscillazioni biologiche hanno riaperto questioni interessanti, ma non hanno dimostrato che la teoria Orch-OR spieghi la coscienza umana. Rimangono da verificare passaggi essenziali del modello. La revisione di Penrose e Hameroff espone la proposta e discute alcune delle critiche; un'analisi critica più recente è stata pubblicata nel 2026 su Frontiers in Psychology.
È una distinzione importante, perché il fascino di un'idea non costituisce una prova della sua verità. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare ogni interrogativo sulla coscienza soltanto perché, per ora, non possediamo una spiegazione definitiva.
La ricerca procede proprio così: formulando ipotesi, sottoponendole a verifiche, riconoscendo gli errori e cercando nuove strade.

Non esiste una sola teoria della coscienza

L'interesse per il lavoro di Penrose diventa ancora più significativo se lo collochiamo nel panorama più ampio degli studi contemporanei.
Numerosi ricercatori cercano di comprendere la coscienza partendo da prospettive differenti.
La teoria dello spazio di lavoro neuronale globale, per esempio, ipotizza che alcune informazioni diventino coscienti quando vengono rese disponibili a un insieme ampio di sistemi cerebrali, permettendo di utilizzarle per ragionare, riferirle verbalmente e guidare il comportamento.
La teoria dell'informazione integrata, invece, cerca di caratterizzare la coscienza attraverso il modo in cui un sistema integra le informazioni in un insieme unitario e irriducibile alle sue singole parti.
Altri approcci studiano il ruolo delle connessioni ricorrenti tra aree cerebrali, dei processi di previsione con cui il cervello interpreta il mondo e dell'interazione tra percezione, memoria e attenzione.
Queste teorie non sono equivalenti e non hanno tutte lo stesso sostegno empirico. Sono però accomunate dal tentativo di spiegare come l'attività fisica del cervello si colleghi alla nostra esperienza cosciente. Le loro differenze sono al centro di un dibattito scientifico tuttora aperto, come documenta anche una revisione pubblicata su 'Nature Reviews Neuroscience' nel 2022.
C'è dunque ancora molto da capire. E questa incertezza non è un difetto della scienza: è il riconoscimento onesto dei suoi confini attuali.
Ma arriviamo al punto che più ci interessa.
Se non sappiamo ancora spiegare completamente la coscienza, possiamo concludere che essa sopravviva alla morte del corpo? No. Non possiamo. Allo stesso tempo, sarebbe scorretto sostenere che la questione sia stata risolta in ogni suo aspetto filosofico. La domanda sulla sopravvivenza della coscienza individuale è diversa dalla domanda su come essa emerga o si realizzi nel cervello. Per affrontarla dobbiamo distinguere ciò che sappiamo da ciò che speriamo, immaginiamo o crediamo.

La materia non scompare: ma siamo soltanto materia?

Partiamo da una certezza straordinaria.
Gli elementi chimici che compongono il nostro corpo hanno una storia molto più antica della nostra esistenza individuale.
L'idrogeno presente nell'acqua che beviamo risale in gran parte alle prime fasi dell'universo. Il carbonio, l'ossigeno e molti altri elementi indispensabili alla vita sono stati prodotti attraverso processi nucleari nelle stelle e in eventi cosmici successivi. Prima che esistessero il nostro pianeta, i nostri genitori o noi stessi, questi elementi erano già parte della lunga storia della materia. La NASA illustra questa origine cosmica in diversi approfondimenti dedicati alla formazione degli elementi. NASA: Are we really made of star stuff?

Pensiamoci per un momento.

La materia che oggi forma le nostre ossa, il sangue, la pelle e il cervello ha attraversato trasformazioni inimmaginabili. Alcuni dei suoi componenti sono passati attraverso stelle antichissime; altri hanno partecipato a cicli naturali che hanno preceduto di miliardi di anni la nostra nascita.
E dopo la morte continueranno a trasformarsi, entrando in altri processi fisici e chimici. In questo senso, non siamo estranei all'universo. Ne siamo una parte, una forma temporanea assunta dalla sua materia.
Occorre però una precisazione: dire che la materia non può essere distrutta è una semplificazione. Nella fisica moderna, massa ed energia sono legate dalla relazione di equivalenza tra massa ed energia, mentre le leggi di conservazione vanno formulate con attenzione al sistema considerato. Non significa che ogni atomo rimanga eternamente identico, né che ogni struttura materiale conservi la propria forma.
Gli atomi possono partecipare a reazioni chimiche; i nuclei atomici possono trasformarsi nei processi nucleari. Ciò che conta è che le trasformazioni obbediscono alle leggi fisiche, non che ogni singolo componente resti immutato per sempre. Ma soprattutto, 'la continuità della materia non equivale alla continuità della coscienza'. E qui incontriamo una differenza fondamentale.

Il libro distrutto e le parole che non riusciamo più a leggere

Immaginiamo un libro che abbiamo amato per tutta la vita. Forse contiene una poesia, una lettera, una pagina che ci ha aiutato a superare un momento difficile... Un giorno quel libro viene distrutto.
Le molecole della carta e dell'inchiostro non svaniscono semplicemente nel nulla: si trasformano, si disperdono, entrano in altri processi. Eppure il libro, come insieme organizzato di parole, non esiste più. La sua materia può continuare a esistere senza che la storia scritta su quelle pagine rimanga leggibile.
L'esempio non dimostra che la coscienza sia identica a un libro. Ci aiuta, però, a capire perché la persistenza dei componenti non basti a dimostrare la sopravvivenza dell'organizzazione che li rendeva capaci di svolgere una funzione.
Nel nostro caso, quella funzione è qualcosa di immensamente più complesso: la vita mentale.
I ricordi non sono semplicemente atomi conservati da qualche parte nell'universo. Sono legati a processi fisici e biologici, a modificazioni delle reti neuronali, a connessioni che cambiano, si rafforzano e si indeboliscono.
La personalità, le emozioni, la capacità di riconoscere una persona amata e di ricordare un momento della propria infanzia sono profondamente legate al funzionamento del cervello.
Le neuroscienze hanno accumulato prove importanti del rapporto tra attività cerebrale ed esperienza cosciente. Lesioni, malattie, farmaci e anestetici possono modificare la memoria, la percezione, il senso di sé e lo stato di coscienza.
Questo non risolve ogni problema filosofico, ma ci dice qualcosa di concreto: la nostra esperienza individuale dipende in modo stretto dall'attività di un organismo vivente.
Quando le funzioni cerebrali cessano irreversibilmente, non disponiamo di prove scientifiche conclusive che i ricordi, la personalità e la coscienza individuale continuino a esistere in un'altra forma.
La conservazione dell'energia, dunque, non dimostra l'immortalità dell'anima. Per arrivare a una simile conclusione servirebbero argomenti ed evidenze ulteriori, che al momento non possediamo.

E se la coscienza fosse qualcosa di più?

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: se la scienza non ha ancora compreso fino in fondo la coscienza, come può escludere che essa sopravviva alla morte?
La risposta richiede una certa onestà intellettuale.
Non conoscere completamente un fenomeno non significa avere dimostrato che qualsiasi spiegazione sia possibile. Ma significa anche riconoscere che alcune domande restano aperte.

In filosofia esistono posizioni molto diverse.

Il materialismo sostiene, nelle sue varie forme, che la mente dipenda interamente dai processi fisici. Il dualismo considera invece la mente e la materia realtà distinte, almeno sotto alcuni aspetti. Altre prospettive, come il panpsichismo, ipotizzano che qualche forma elementare di esperienza possa appartenere alla struttura fondamentale della realtà.
Sono posizioni che cercano di affrontare un problema autentico: se la coscienza è un'esperienza soggettiva, possiamo descriverla completamente attraverso una spiegazione oggettiva dei processi fisici che la accompagnano?
Non esiste un consenso definitivo su tutte le implicazioni filosofiche di questa domanda.
Ma bisogna evitare un salto logico: il fatto che alcune prospettive filosofiche considerino la coscienza fondamentale non costituisce una prova che la coscienza personale sopravviva alla morte. E il fatto che la fisica quantistica descriva una realtà più complessa del senso comune non autorizza ad attribuirle significati spirituali che gli esperimenti non hanno dimostrato.
La meccanica quantistica non è una scorciatoia per ottenere risposte sull'aldilà.
Penrose stesso, con la sua proposta, ci invita semmai a considerare la possibilità che la nostra comprensione delle leggi fisiche sia incompleta. È una questione diversa dall'affermare che la morte non esista o che la coscienza sia eterna.
E forse la cosa più interessante è proprio questa: possiamo prendere sul serio il mistero senza trasformarlo in una certezza.

Il nulla esiste davvero?

C'è un'altra domanda che attraversa il nostro immaginario: il nulla esiste?
Anche qui le parole possono trarci in inganno.
Nel linguaggio comune, il nulla indica l'assenza di tutto. In fisica, invece, il vuoto non coincide necessariamente con un'assenza assoluta di ogni cosa. Il vuoto quantistico è descritto attraverso le proprietà dei campi quantistici e il loro stato fondamentale: non è semplicemente uno spazio vuoto nel quale non accade niente.
Ma da questo non possiamo dedurre che il nulla assoluto sia impossibile in ogni senso filosofico, né che esista una coscienza immortale.
Sono questioni differenti.
La cosmologia, inoltre, studia l'evoluzione dell'universo a partire dalle prime fasi che possiamo ricostruire attraverso modelli e osservazioni. Il modello del Big Bang descrive l'espansione e il raffreddamento dell'universo primordiale; non fornisce, da solo, una risposta definitiva alla domanda filosofica su perché esista qualcosa anziché nulla.
La scienza può indagare come si comporta la realtà, ricostruirne la storia e verificare le proprie teorie. La domanda sul significato ultimo dell'esistenza può richiedere anche strumenti concettuali diversi.
Non perché la scienza sia inutile, ma perché non tutte le domande hanno la stessa natura.

L'eternità della materia e la brevità della vita

C'è qualcosa di profondamente commovente nel sapere che la materia che ci compone è antica, mentre la nostra vita è così breve.
Pensiamo a una persona che amiamo. Al suo sorriso, al modo in cui pronuncia il nostro nome, a un gesto che riconosceremmo tra mille. Un giorno quella persona non sarà più fisicamente accanto a noi. La sua voce non arriverà più dalla stanza vicina, il suo passo non risuonerà più lungo il corridoio.
Possiamo sapere che la materia del suo corpo continuerà a trasformarsi. Possiamo comprenderne le leggi fisiche, descrivere i processi biologici che accompagnano la morte.
Ma nessuna di queste conoscenze cancella la domanda che nasce dal dolore: dove è finita quella presenza che per noi era unica
La scienza può spiegare molti aspetti di ciò che accade al corpo e al cervello. Non può trasformare la conservazione della materia in una dimostrazione della sopravvivenza della persona.
Eppure, quando perdiamo qualcuno, ci accorgiamo che la parola scomparire è più complicata di quanto sembri.
Una persona continua a vivere nei ricordi, nelle parole che ci ha lasciato, nelle abitudini che abbiamo imparato da lei, nelle decisioni che prendiamo anche perché un tempo ci ha insegnato qualcosa. A volte sopravvive in un gesto che ripetiamo senza accorgercene, in un'espressione che ci sfugge dalla bocca, nel modo in cui guardiamo il mondo.
Questa non è una prova dell'immortalità della coscienza. È un'altra forma di continuità: quella, concreta e umana, che passa attraverso le relazioni e la memoria.
Non è la stessa cosa di una vita dopo la morte. Non bisogna confondere le due cose per riconoscerne il valore.

Forse il mistero più grande è essere vivi

Torniamo allora alla domanda iniziale: che cosa rimane di noi?
Dal punto di vista fisico, la materia del nostro corpo entra in nuove trasformazioni. Dal punto di vista biologico, la morte segna la fine irreversibile delle funzioni che sostengono la vita individuale. Dal punto di vista scientifico, non abbiamo prove conclusive che la coscienza personale continui dopo la morte.
Sul piano filosofico, restano interrogativi aperti sulla natura della coscienza e sul suo rapporto con la realtà. Sul piano spirituale, ciascuno può interrogarsi secondo le proprie convinzioni, purché distingua la fede da ciò che la scienza è riuscita a dimostrare.
Ma forse c'è un pensiero che può accompagnarci senza bisogno di scegliere tra una certezza consolatoria e una certezza disperata.
Per miliardi di anni, l'universo è esistito senza che noi fossimo qui a raccontarlo. Poi, attraverso una storia lunga e complessa, una parte della sua materia ha assunto una forma capace di percepire, ricordare, amare e interrogarsi.
Per un breve intervallo, quella materia è diventata qualcuno.
Qualcuno capace di ascoltare una musica e sentirsi improvvisamente altrove. Di guardare il mare e ritrovare un ricordo. Di stringere una mano e comprendere, senza bisogno di parole, che non tutto può essere spiegato. Qualcuno capace perfino di temere la propria fine e di chiedersi che cosa significhi esistere.
È già qualcosa di straordinario.
Non sappiamo se la coscienza sia destinata a cessare in ogni senso possibile quando il cervello muore; sappiamo, però, che non abbiamo dimostrato che essa continui. Non sappiamo se un giorno comprenderemo pienamente il rapporto tra materia ed esperienza; sappiamo che la ricerca non ha ancora esaurito le proprie domande.
E non dobbiamo avere paura di ammetterlo.
La conoscenza non perde valore quando riconosce un limite. Al contrario, diventa più credibile.

Non siamo eterni perché lo sono i nostri atomi

Forse è proprio qui che occorre essere più attenti.
Dire che siamo fatti di polvere di stelle è scientificamente fondato. Dire che quella polvere continuerà il proprio viaggio nell'universo è una conseguenza della nostra comprensione dei processi fisici. Dire che, per questo motivo, la nostra anima è eterna significa invece compiere un passo che la fisica non autorizza a compiere.

Non è necessario attribuire a Roger Penrose una dimostrazione che non ha fornito, né trasformare le sue ipotesi in una promessa di immortalità.
Il suo lavoro ci ricorda qualcosa di diverso: anche quando raggiungiamo risultati straordinari, la realtà può riservarci domande che non sappiamo ancora affrontare fino in fondo.
E forse la lezione più umana non consiste nel pretendere di sapere che cosa ci aspetta dopo la morte, ma nel riconoscere il valore di ciò che accade prima.
La nostra vita non diventa meno preziosa perché è limitata. L'amore non perde significato perché non possiamo dimostrarne l'eternità. Un ricordo non è meno importante perché sappiamo che la memoria ha una base biologica.
Al contrario, la consapevolezza del tempo che passa può renderci più attenti a ciò che abbiamo, alle persone che ci sono accanto, alle parole che scegliamo e a quelle che, qualche volta, dovremmo finalmente pronunciare.
Non sappiamo se esista un'eternità oltre la nostra esperienza. Ma sappiamo che, qui e ora, siamo capaci di dare significato al tempo che ci è concesso.
E c'è qualcosa di profondamente poetico nel pensare che l'universo, attraverso di noi, sia arrivato a interrogarsi sulla propria esistenza.

Per qualche tempo, siamo stati materia capace di guardare il cielo e chiedersi da dove venisse. Materia capace di amare, di soffrire, di creare bellezza e di domandarsi dove andrà a finire.
Forse non è una dimostrazione dell'immortalità. È, comunque, una meraviglia che non abbiamo bisogno di inventare.
E se un giorno la scienza riuscirà a comprendere meglio la coscienza, sarà una conquista straordinaria. Se invece alcune domande dovessero restare aperte, avremo comunque imparato qualcosa di importante: non tutto ciò che ignoriamo deve diventare una certezza, e non tutto ciò che non possiamo dimostrare è privo di significato nella nostra vita.
La materia continuerà il suo viaggio.

Noi, intanto, siamo qui... E forse la domanda più urgente non è soltanto che cosa rimarrà di noi quando non ci saremo più, ma che cosa sapremo lasciare, agli altri e al mondo, mentre siamo ancora vivi.

 

J.J.Rousseau, pensatore solitario

 

Riferimenti per approfondire:
- Roger Penrose e Stuart Hameroff, Consciousness in the universe: A review of the ‘Orch OR’ theory, Physics of Life Reviews, 2014. Presenta la teoria quantistica della coscienza e le risposte dei suoi autori alle critiche. Leggi lo studio.
- Anil Seth e colleghi, Theories of consciousness, Nature Reviews Neuroscience, 2022. Una panoramica delle principali teorie neuroscientifiche della coscienza e delle questioni ancora aperte.
- Michael Tegmark, Importance of quantum decoherence in brain processes, Physical Review E, 2000. Uno dei contributi critici alla possibilità che i processi quantistici ipotizzati da alcune teorie della coscienza persistano abbastanza a lungo nel cervello.
- NASA, Are we really made of star stuff? Una spiegazione divulgativa dell'origine cosmica degli elementi che compongono il nostro corpo.
- The Nobel Prize, The Nobel Prize in Physics 2020. La fonte ufficiale per verificare il motivo del riconoscimento a Penrose.

 

 

Leonardo Basile, artista pittore, in una curiosa immagine meditativa creata da ChatGPT