Domande e risposte sull'Arte - Intervista a Leonardo Basile
Conversazione immaginaria con un pittore che ha scelto di non smettere mai di interrogarsi sulla pittura, sul proprio tempo e sul significato del fare arte.
Redazione — Leonardo, cominciamo da una domanda
apparentemente semplice: che cos'è l'arte per te?
Leonardo Basile — È una necessità. Non saprei definirla
diversamente. Non dipingo per raccontare necessariamente
qualcosa agli altri, né per soddisfare un'esigenza estetica.
Dipingo perché ne sento il bisogno. È una condizione che mi
appartiene e alla quale, almeno per quanto mi riguarda, non
riesco a rinunciare. Quando lavoro, entro in una dimensione
tutta mia, nella quale il tempo perde importanza e persino
le preoccupazioni quotidiane sembrano allontanarsi. Creare
mi procura una felicità difficile da spiegare. È una specie
di apoteosi. Non so se questo basti a definire un artista,
ma certamente basta a spiegare perché continuo a dipingere.
Redazione — Quando nasce, secondo te, un artista?
Dalla tecnica, dalla sensibilità, dalla conoscenza o da una
particolare predisposizione?
Leonardo Basile — Credo che ci sia una predisposizione, ma
non basta. La tecnica si acquisisce, la conoscenza si
costruisce, la sensibilità si affina. Tutte queste cose sono
importanti, ma non necessariamente fanno un artista. Penso
che la differenza stia soprattutto nella necessità di
esprimersi, nella capacità di osservare il mondo e,
soprattutto, di non accontentarsi di ciò che appare. Un
artista dovrebbe avere sempre qualche domanda in sospeso.
Quando comincia a sentirsi arrivato, probabilmente ha già
smesso di cercare.
Redazione — Tu hai attraversato diverse esperienze
pittoriche, dalla figurazione alla ricerca astratta,
passando per composizioni geometriche, policromie modulari,
sperimentazioni materiche e dripping. Ti riconosci in una
corrente artistica?
Leonardo Basile — Non particolarmente. Ho sempre considerato
le correnti artistiche come riferimenti culturali, non come
recinti nei quali rinchiudere la propria ricerca. Mi
interessa sperimentare. Mi piace mettere alla prova
materiali, colori, superfici e combinazioni. In alcuni
lavori parto da un'idea precisa, in altri lascio che sia il
dipinto stesso a suggerirmi la strada. L'astrazione, per
esempio, mi offre una libertà straordinaria. Non devo
necessariamente rappresentare qualcosa che esiste fuori
dalla tela. Posso costruire un linguaggio autonomo, fatto di
equilibri, contrasti, geometrie, sovrapposizioni e materia.
Non mi interessa essere riconoscibile attraverso uno stile
ripetuto. Mi interessa continuare a sorprendermi.
Redazione — Ma l'astrattismo non rischia, talvolta,
di diventare un alibi? Un modo per nascondere l'assenza di
idee dietro colori e forme?
Leonardo Basile — Certamente. Come può diventarlo la
figurazione, il realismo o qualsiasi altra forma espressiva.
Non è il linguaggio a garantire la qualità di un'opera. Un
dipinto astratto può essere straordinariamente complesso
oppure assolutamente insignificante. Lo stesso vale per
un'opera figurativa.Il problema non è ciò che si
rappresenta, ma ciò che si riesce a trasmettere. E non
sempre è necessario trasmettere un messaggio riconoscibile.
A volte un'opera deve semplicemente provocare una
sensazione, una reazione, persino un'inquietudine.
Redazione — Il colore, nelle tue opere, ha spesso un
ruolo predominante. Che rapporto hai con esso?
Leonardo Basile — Il colore è uno dei miei principali
strumenti di comunicazione. Non lo considero soltanto un
elemento decorativo o una componente della composizione.Il
colore ha una propria personalità, una propria forza e una
propria capacità di condizionare la percezione. Può creare
armonia, tensione, equilibrio, dissonanza. Può essere
aggressivo oppure rassicurante.Mi piace sperimentare gli
accostamenti, anche quelli apparentemente improbabili. Non
sempre cerco l'armonia. A volte mi interessa proprio il
contrasto, quella specie di conflitto visivo che costringe
l'occhio a soffermarsi.
Redazione — Hai mai avuto la sensazione di aver
realizzato un'opera che non avresti saputo progettare a
tavolino?
Leonardo Basile — Moltissime volte. E forse sono proprio
quelle le esperienze più interessanti. Si comincia con
un'intenzione, poi interviene il caso, un errore, una
sovrapposizione, una combinazione cromatica imprevista. A
quel punto bisogna decidere se correggere oppure accettare
ciò che è accaduto. Io spesso preferisco seguire
l'imprevisto. Non considero necessariamente un errore
qualcosa che non avevo programmato. Può diventare una
possibilità. In fondo, dipingere significa anche dialogare
con la materia. E non sempre è l'artista ad avere l'ultima
parola.
Redazione — Parliamo di mercato dell'arte. Secondo
te, oggi il valore di un'opera coincide ancora con il suo
valore artistico?
Leonardo Basile — Assolutamente no. E credo che non sia mai
coinciso del tutto. Il mercato dell'arte segue dinamiche
proprie: relazioni, gallerie, investimenti, mode, strategie
commerciali, notorietà e capacità di promozione. Tutto
questo può contribuire a determinare il prezzo di un'opera,
ma non necessariamente il suo valore artistico. Ci sono
artisti molto quotati che non mi comunicano assolutamente
nulla e artisti sconosciuti che, a mio avviso, producono
lavori di grande interesse. Il problema è che spesso si
finisce per confondere il successo commerciale con il
riconoscimento artistico. Sono due cose differenti.
Redazione — Quindi il mercato può condizionare la
libertà di un artista?
Leonardo Basile — Certamente. Quando un artista comincia a
produrre pensando prevalentemente a ciò che il mercato
potrebbe acquistare, corre il rischio di diventare
prigioniero delle proprie aspettative commerciali. Se un
certo linguaggio funziona, lo si ripete. Se una determinata
dimensione vende, si continua a lavorare su quella. Se una
certa estetica incontra il favore del pubblico, si finisce
per assecondarla.
Naturalmente non c'è nulla di sbagliato nel voler vendere le
proprie opere. Un artista deve anche vivere del proprio
lavoro. Ma quando la necessità di vendere prevale sulla
necessità di esprimersi, qualcosa si perde.
Personalmente preferisco non dover chiedere al mercato il
permesso di dipingere ciò che desidero.
Redazione — E le gallerie? Hanno ancora un ruolo
determinante nella promozione dell'arte?
Leonardo Basile — Dovrebbero averlo, e molte continuano ad
averlo. Una galleria seria dovrebbe essere prima di tutto un
luogo di ricerca, di confronto e di selezione culturale.
Purtroppo non sempre è così. Talvolta prevalgono interessi
commerciali, relazioni personali e logiche di appartenenza.
Credo che una delle difficoltà maggiori per un artista
indipendente sia proprio quella di riuscire a far conoscere
il proprio lavoro senza entrare necessariamente in
determinati circuiti. Internet, in questo senso, ha aperto
possibilità che qualche decennio fa sarebbero state
impensabili.
Redazione — A proposito di Internet, quanto è
importante oggi la presenza digitale di un artista?
Leonardo Basile — Moltissimo. Il mio sito, per esempio,
rappresenta una sorta di archivio personale, ma anche una
finestra aperta sul mio lavoro. Mi permette di raccogliere
opere, esperienze, riflessioni e recensioni. Mi consente di
costruire un percorso che non dipende necessariamente da una
mostra o dalla disponibilità di uno spazio espositivo.
Naturalmente il web non sostituisce l'esperienza diretta
dell'opera. Un dipinto visto su uno schermo non è la stessa
cosa di un dipinto osservato dal vivo. La materia, le
dimensioni, le superfici e persino la luce hanno una
presenza che una fotografia non può restituire
completamente.
Ma rinunciare alla comunicazione digitale sarebbe oggi un
errore.
Redazione — Veniamo al presente. Ti sembra che oggi
si produca troppa arte?
Leonardo Basile — Si produce certamente moltissimo. Ma non
credo che il problema sia la quantità. Il problema è la
difficoltà di distinguere, in questa enorme produzione, ciò
che nasce da una reale esigenza espressiva da ciò che è
semplicemente il risultato di una tendenza, di un'imitazione
o di una strategia di visibilità. Oggi chiunque può mostrare
il proprio lavoro a un pubblico potenzialmente vastissimo. È
una grande opportunità, ma anche una responsabilità. La
visibilità non è una certificazione di qualità. Avere
migliaia di visualizzazioni non significa necessariamente
avere qualcosa di importante da dire.
Redazione — E il pubblico? È ancora capace di leggere
un'opera d'arte?
Leonardo Basile — Credo che il pubblico sia molto più
intelligente di quanto spesso si pensi, ma non sempre viene
messo nelle condizioni di avvicinarsi all'arte. C'è una
certa tendenza a complicare inutilmente il discorso
artistico, a utilizzare un linguaggio talvolta
incomprensibile, come se l'opera avesse bisogno di una
spiegazione specialistica per poter essere apprezzata. Io
non ho nulla contro la critica d'arte, anzi. La ritengo
importante. Ma penso che un'opera debba poter dialogare
anche con chi non possiede una preparazione specifica. Non
pretendo che tutti comprendano ciò che faccio. Mi
piacerebbe, però, che qualcuno si fermasse davanti a un mio
dipinto e sentisse il desiderio di guardarlo ancora.
Redazione — C'è ancora spazio per la pittura
tradizionale in un mondo dominato dalla fotografia, dal
digitale, dalle installazioni e dalle nuove tecnologie?
Leonardo Basile — Certamente. La pittura non è mai stata una
forma espressiva destinata a scomparire. Ogni epoca ha
introdotto nuovi linguaggi e nuove tecnologie. La fotografia
non ha eliminato la pittura, il cinema non ha eliminato il
teatro e il digitale non ha eliminato la necessità di
esprimersi attraverso la materia. La pittura possiede una
peculiarità che considero insostituibile: il rapporto fisico
tra l'artista, il supporto e il gesto. Una superficie
dipinta conserva tracce di un'esperienza. Ogni segno, ogni
sovrapposizione, ogni scelta cromatica racconta anche il
momento in cui è stata compiuta. È una presenza concreta,
non soltanto un'immagine.
Redazione — E l'intelligenza artificiale? Può
diventare un artista?
Leonardo Basile — È una questione molto interessante e credo
che nei prossimi anni ne discuteremo ancora parecchio.
L'intelligenza artificiale può produrre immagini
straordinarie, combinare linguaggi, imitare stili, elaborare
soluzioni visive che richiederebbero a un essere umano molto
tempo. Ma bisogna distinguere la capacità di produrre
un'immagine dalla necessità di creare un'opera. Una macchina
può elaborare informazioni, riconoscere schemi e generare
immagini sulla base di istruzioni. Non so se possa provare
quella necessità interiore che spinge un essere umano a
dipingere. Non escludo che l'intelligenza artificiale possa
diventare uno strumento importante anche per gli artisti.
Sarebbe sciocco ignorarla. Ma non credo che la tecnologia,
da sola, possa sostituire l'esperienza umana che sta dietro
un'opera.
Redazione — Ti sei mai chiesto quale sarà il futuro
dell'arte?
Leonardo Basile — Non credo che esista un futuro unico. Ci
saranno certamente nuovi strumenti, nuovi materiali, nuove
forme di espressione e nuove contaminazioni. Ma penso che
resterà immutata una necessità fondamentale: quella
dell'essere umano di comunicare attraverso forme che non
siano soltanto parole. Finché esisteranno persone capaci di
emozionarsi davanti a un colore, a una forma, a una
superficie, la pittura avrà ragione di esistere. Forse
cambieranno i luoghi, cambieranno i linguaggi, cambieranno i
modi di fruire l'arte. Ma non credo che scomparirà il
bisogno di creare.
Redazione — Parliamo di te. Hai attraversato una
lunga esperienza di ricerca. C'è ancora qualcosa che
vorresti sperimentare?
Leonardo Basile — Tantissime cose. Il bello è proprio
questo: non sentirmi arrivato. Ho ancora curiosità, idee,
materiali da provare, combinazioni da sperimentare. Non so
sempre dove mi porteranno, ma non è necessario saperlo in
anticipo. La ricerca, per me, non consiste nel raggiungere
un risultato definitivo. Consiste nel continuare a porsi
domande. E poi c'è una cosa che considero fondamentale: non
vorrei mai diventare un pittore che dipinge soltanto perché
sa dipingere. Vorrei continuare a farlo perché ne sente il
bisogno.
Redazione — C'è un'opera, tra quelle che hai
realizzato, alla quale sei particolarmente legato?
Leonardo Basile — È difficile rispondere. Ogni lavoro
appartiene a un momento, a un'intuizione, a una particolare
condizione personale. Ci sono opere che considero riuscite,
altre che mi hanno insegnato qualcosa, altre ancora che oggi
realizzerei diversamente. Ma non vorrei stabilire una
gerarchia definitiva. Ogni lavoro è una tappa. Anche quelli
meno convincenti fanno parte del percorso. Forse l'opera
alla quale sono più legato è quella che ancora non ho
realizzato. Quella che continua a sollecitarmi, che non
conosco e che devo ancora scoprire.
Redazione — Un'ultima domanda, forse la più
personale. Che cosa ti aspetti dall'arte?
Leonardo Basile — Nulla. O forse tutto. Non mi aspetto che
l'arte mi renda famoso, che mi faccia guadagnare, che mi
procuri riconoscimenti o che convinca qualcuno della mia
bravura. Mi aspetto che continui a regalarmi quella
condizione di felicità che provo quando creo. Naturalmente
mi fa piacere che qualcuno apprezzi il mio lavoro. Sarebbe
ipocrita sostenere il contrario. Ma non vorrei mai che il
giudizio degli altri diventasse la ragione per cui dipingo.
L'arte, almeno per me, deve rimanere uno spazio di libertà.
E se un giorno qualcuno, osservando una mia opera, riuscirà
a trovare qualcosa di sé, allora avrò ricevuto molto più di
quanto potessi aspettarmi.
Una domanda fuori intervista.
Redazione — Leonardo, se dovessi lasciare un
messaggio a chi oggi vorrebbe avvicinarsi alla pittura,
quale sarebbe?
Leonardo Basile — Gli direi di non preoccuparsi troppo di
diventare un artista. Di preoccuparsi, piuttosto, di avere
qualcosa da esprimere. Di guardare molto, di osservare, di
studiare, di sperimentare e soprattutto di non avere paura
di sbagliare. Di non inseguire necessariamente ciò che piace
agli altri e di non confondere il consenso con la qualità. E
soprattutto gli direi una cosa: non cercare subito uno stile
che ti renda riconoscibile. Cerca prima un linguaggio che ti
appartenga. Perché dipingere per essere riconosciuti è una
cosa. Dipingere perché non si potrebbe fare a meno di farlo
è un'altra.
