Ci sono opere che si limitano a essere osservate e altre che,
invece, finiscono per osservare noi. "La caduta degli angeli
ribelli" di Pieter Bruegel il Vecchio appartiene a questa
seconda categoria e ogni volta che mi capita questa immagine
davanti (perchè il vero dipinto non ho ancora avuto la fortuna
di 'leccarlo' con gli occhi... n.d.r) ho la sensazione che il
vero campo di battaglia non sia il cielo raccontato
dall'Apocalisse, ma l'animo umano.
A un primo sguardo si viene travolti dall'incredibile
moltitudine di creature mostruose che precipitano verso il
basso. Poi, lentamente, si comprende che Bruegel non sta
semplicemente dando forma al male, ma all'eccesso. Al caos che
si moltiplica, all'istinto che divora ogni misura, alla parte
oscura dell'uomo quando perde il senso del limite. Quelle figure
ibride, nate dall'unione impossibile di animali, uomini, pesci,
insetti e minerali, sembrano provenire non tanto dall'inferno
quanto dall'immaginazione stessa, da quel luogo dove convivono
paure, desideri e ossessioni.
Ciò che mi colpisce è che San Michele non appare come un eroe
trionfante. Non c'è enfasi nella sua vittoria, né rabbia nei
suoi gesti. È una presenza silenziosa, quasi inevitabile. Come
se Bruegel volesse suggerire che il bene non abbia bisogno di
esibirsi, ma soltanto di rimanere fedele a sé stesso. Il male,
invece, è costretto a occupare tutto lo spazio possibile, a fare
rumore, a deformare ogni cosa per essere visto.
Forse è proprio qui che il dipinto smette di raccontare una
storia religiosa e diventa profondamente umano. Mi sembra che
Bruegel ci ricordi come il disordine sia sempre più spettacolare
dell'armonia. Il caos attira lo sguardo, mentre l'equilibrio
agisce nel silenzio. È una lezione che attraversa i secoli e che
oggi, in un tempo dominato dall'eccesso delle immagini, delle
parole e delle contrapposizioni, appare sorprendentemente
attuale.
Resto affascinato anche dalla straordinaria libertà inventiva
dell'artista: Nessuna creatura è gratuita, nessuna deformità è
casuale. Ogni mostro nasce da frammenti del mondo reale, come se
Bruegel volesse dirci che il male non arriva mai da un altrove
misterioso, ma prende forma alterando ciò che già conosciamo. È
una fantasia che non fugge dalla realtà: la osserva così
attentamente da riuscire persino a deformarla senza mai perderne
la verità.
Alla fine, ciò che penso è che non è la vittoria degli angeli,
ma il senso della caduta. Perché, in fondo, questo dipinto non
parla soltanto degli angeli ribelli. Parla di ogni volta in cui
l'uomo sceglie di allontanarsi dalla propria luce. E forse il
messaggio più profondo di Bruegel è proprio questo: il bene non
consiste nel non conoscere il buio, ma nel continuare a
custodire la propria direzione anche quando il mondo sembra
precipitare insieme ai suoi demoni...
Pieter Bruegel il Vecchio (fiammingo, 1525-1569)
La caduta degli angeli ribelli (1562)
Olio su tavola di quercia, 117 x 162 cm.
Musées Royaux des Beaux-Arts, Bruxelles
