Ogni estate la storia ricomincia.
Siamo sempre allo stesso punto,
come se non avessimo imparato nulla.
Sotto il sole implacabile di luglio,
fantasmi senza volto
attraversano campi di stoppie e boschi.
Portano con sé il fuoco,
e dove passano
il respiro della Murgia si fa fumo.
Colonne nere salgono verso il cielo,
oscurando quell'aria limpida
che Federico amava.
Persino il frinire delle cicale si interrompe,
vinto dal crepitio delle fiamme.
Sul ventre della mia amata Murgia
il fuoco danza una macabra coreografia.
Le sue lingue rosse scorrono veloci
sul manto dorato dei campi,
trasformando la vita in cenere.
La terra grida,
anche se pochi sanno ascoltarla.
Gli alberi, gli animali,
le pietre custodiscono il dolore
di una ferita che ogni anno si riapre.
Rimangono soltanto silenzio,
cenere
e l'odore acre della devastazione:
impronte lasciate dalla mano dell'uomo.
E allora viene naturale augurare
che il fuoco della giustizia
raggiunga i nuovi Neroni dell'estate,
perché chi incendia la terra
non brucia soltanto alberi e raccolti:
incendia la memoria,
il futuro
e la dignità di un paesaggio
che appartiene a tutti.
