Mostra personale dell'artista Rosanna Rossi dall'1 aprile al 2 maggio 2026 presso lo spazio Marina Bastianello Gallery in calle de l’Aseo, Cannaregio 1865A 30121 Venezia.
Nel panorama plurale e
complesso dell’arte italiana del secondo dopoguerra,
Rosanna Rossi rappresenta una figura rigorosa e
coerente, capace di attraversare sessant’anni di
ricerca artistica mantenendo una fedeltà assoluta
alla propria visione e al proprio metodo. La sua
opera si sviluppa in modo silenzioso ma continuo,
fuori da ogni moda o compromesso, all’interno di un
contesto periferico come quello sardo, che riesce
tuttavia, proprio per questa posizione liminare, a
divenire crocevia attivo di linguaggi, tensioni e
ricerche internazionali. Il percorso di Rosanna
Rossi attraversa la figurazione espressionista,
l’astrazione lirica, la pittura analitica, la
materia e infine la sperimentazione installativa,
dando vita a un corpus denso e stratificato, che
oggi trova nelle riletture recenti la sua giusta
collocazione all’interno della storia dell’arte
italiana contemporanea. Il contesto in cui nasce e
si forma l’artista è quello di una Sardegna ancora
sospesa, negli anni Cinquanta, tra una cultura
visiva ancorata alla rappresentazione identitaria e
folklorica e i primi segnali di apertura alle
poetiche contemporanee. Dopo la nascita della
Regione Autonoma, nel 1948, l’isola rimane in buona
parte ancora legata ai modelli pittorici
ottocenteschi di Figari, Floris, Ballero e
Delitala. La grande mostra del 1949 all’Opera
Bevilacqua La Masa di Venezia, che accosta l’arte
nuragica a quella contemporanea sarda, segna il
primo tentativo di rottura simbolica con il passato,
ma la vera svolta matura solo alla fine degli anni
Cinquanta. Èin quegli anni che la Sardegna entra nel
dibattito internazionale grazie a figure come
Mauro Manca, vincitore del Premio Sardegna con
il lavoro aniconico L’ombra del mare sulla collina
(1957), e attraverso la fondazione di gruppi
d’avanguardia come Studio 58 a Cagliari e il Gruppo
A a Sassari. All’interno di questa temperie prende
forma il percorso di Rosanna Rossi. Dopo aver
studiato prima a Firenze presso il Collegio di
Poggio Imperiale e poi a Roma presso l’Istituto
d’Arte Zileri, dove conclude la sua formazione nel
1956, l’artista sceglie di tornare in Sardegna. Il
suo rientro coincide con la nascita del gruppo
Studio 58, nel quale Rossi avrà un ruolo
determinante. Studio 58 costituisce un vero e
proprio laboratorio di modernità artistica.
Nato nel
1958 per iniziativa di un gruppo di giovani artisti
insofferenti al conservatorismo accademico isolano,
il gruppo si riunisce attorno a Franz Vespa, ottico
svizzero che mette a disposizione i suoi spazi
espositivi a Cagliari. Tra i protagonisti, oltre a
Rossi, figurano Gaetano Brundu, Primo Pantoli,
Mirella Mibelli, Anna Cabras Brundo, Biagio Civale
e altri. Il gruppo si pone come avanguardia
periferica in dialogo costante con i linguaggi
internazionali del dopoguerra: Informale europeo,
Spazialismo, Tachisme francese e i primi segnali
della Pop Art. Come ha notato il critico
Salvatore Naitza, Studio 58 rappresenta un
tentativo consapevole di collocare la Sardegna non
più ai margini, ma dentro la modernità visiva
europea, con l’obiettivo di superare
l’autoreferenzialità identitaria. Il ruolo delle
artiste all’interno del gruppo – Rossi, Mibelli,
Cabras Brundo – è di grande rilievo; proprio loro
portano spesso il contributo teorico e linguistico
più aggiornato, nonostante un contesto ancora
profondamente segnato da logiche patriarcali. Lea
Vergine, nel suo fondamentale L’altra metà
dell’avanguardia, ha posto in luce come le artiste
abbiano saputo ritagliarsi un ruolo determinante
nella storia dei linguaggi artistici contemporanei,
spesso adombrata da volontarie omissioni e
dimenticanze. Dopo lo scioglimento precoce di Studio
58, avvenuto già nel 1960 per divergenze politiche
ed estetiche interne, Rossi avvia un percorso
personale di grande coerenza. Negli anni Sessanta il
suo lavoro attraversa una prima fase figurativa
fortemente espressiva, incentrata su temi di forte
impatto etico ed esistenziale: la condizione della
donna, la violenza sociale, il razzismo, la guerra.
Le sue opere di questi anni sono caratterizzate da
deformazioni espressive, cromatismi intensi e una
tensione drammatica che ricorda, pur in autonomia,
l’Espressionismo tedesco e la Nuova Oggettività.
Sebbene la sua notorietà si
sia consolidata con la pittura analitica e le
successive sperimentazioni, le radici della sua
sensibilità affondano in una fase figurativa
iniziale, cruciale per la costruzione del suo
linguaggio. Appartengono alla produzione di questo
periodo opere come un giovanile Autoritratto, olio
su tela del 1957, ritratto manifesto, che ha
rappresentato un momento di introspezione e di
affermazione della propria identità stesso anno con
il toro urlante, Il soldato e la bambina in bianco
del 1965, così attuale nelle sue forme drammatiche,
i Lottatori, punto d’arrivo e superamento della
figurazione, consolidano la padronanza del disegno e
della pittura, permettendo a Rossi di esplorare le
potenzialità emotive del colore e della linea prima
di avventurarsi nei territori dell’astrazione.
Questa fase figurativa è la radice profonda da cui
fiorirà la sua complessa ricerca. Se quasi
inverosimile che tanta pittura generosa nelle forme
e nei colori, rapida e spregiudicata, condotta con
una tale maestria da lasciarci ancora sbalorditi,
dopo un primo passaggio verso l’astrazione,
artistica catalizzatrice delle sempre vitali istanze
delle avanguardie storiche, firmata «R. Rossi» per
annullare ogni preconcetto legato alla pittura di
mano femminile; un Volto del 1958 circa,
testimonianza di uno studio attento della fisionomia
umana e delle espressioni. Picasso, Matisse,
Chagall sono guardati dal gruppo Studio 58 con
grande attenzione e come ponte verso la modernità
della pittura europea; opere come Il caduto, del
1963, dove il corpo e il paesaggio sono fusi, La
corrida dello stesso anno con il toro urlante, Il
soldato e la bambina in bianco del 1965, così
attuale nelle sue forme drammatiche, i Lottatori,
punto d’arrivo e superamento della figurazione,
consolidano la padronanza del disegno e della
pittura, permettendo a Rossi di esplorare le
potenzialità emotive del colore e della linea prima
di avventurarsi nei territori dell’astrazione.
Questa fase figurativa è la radice profonda da cui
fiorirà la sua complessa ricerca. Se quasi
inverosimile che tanta pittura generosa nelle forme
e nei colori, rapida e spregiudicata, condotta con
una tale maestria da lasciarci ancora sbalorditi,
dopo un primo passaggio verso l’astrazione, abbia
lasciato posto al rigore assoluto della linea pura. A partire dagli
anni Settanta la sua ricerca giunge alla piena maturazione analitica con
i cicli delle Bande colorate, delle Garze e delle linee parallele
condotte su carta e tela a inchiostro, marker, pennello e altri
materiali. Nella seconda
metà degli anni Settanta, prosegue la sperimentazione dei materiali: con
gli Spaghi su tela monocroma, il ritmo è essenza stessa della pittura;
le Lacerazioni del 1978 ci restituiscono una frammentazione e
ricomposizione fisica dell’immagine, un primo interesse verso quella
tridimensionalità della materia che con il ready-made e l’assemblage
troverà la sua piena esplicitazione – un primo straordinario esempio
sono le lane site specific di Omaggio a Kandinskij. Le Garze,
profondamente autobiografiche, sviluppano le percezioni tattili degli
Achrome di Manzoni conducendole verso la più pura e anestetica ricerca
delle ombre sul colore fino a conservare, del ready-made, la sola
origine dei materiali: bende per la cura quotidiana dell’infermità del
coniuge. Negli anni
Ottanta e Novanta la ricerca di Rossi compie una nuova, importante
svolta inglobando il dato materico e installativo in un’indagine sempre
più serrata sulla pittura analitica e sul rapporto tra ritmo e colore.
Appartengono alla produzione di questo periodo le serie Cartesiane 1980,
con la sua evocazione di sistemi di coordinate e intersezioni, che
introduce una riflessione sulla struttura e sulla logica del quadro,
elementi che divengono quasi metafore del pensiero e della costruzione
visiva, ponendo un ponte tra il razionale e l’intuitivo. Nella personale
presso la galleria Photo 13 l’artista indaga la sedimentazione dei segni
e delle memorie sulla superficie, creando un effetto di profondità
stratificata che evoca il passaggio del tempo e la persistenza del
ricordo; sono da annoverare le opere della serie Acqua, Aria, Terra,
grandi tele a pastello che incarnano la materia dell’Isola in cui il
fuoco, spesso ferita sociale, è volutamente rimosso. La performance
Colori proibiti Roma (1984) segna un’apertura verso l’azione e
l’interazione con lo spazio pubblico, mostrando la versatilità di Rossi
nell’esplorare diversi linguaggi espressivi; questa incursione nella
performance può essere letta alla luce del più ampio movimento di
valorizzazione dell’atto artistico e della presenza del corpo nella
produzione artistica contemporanea. Una tela come Hortensia Blu (1985)
con la sua ricchezza materica e profondità cromatica, mostra, insieme a
una selezione di opere, l’interesse che la critica sviluppa nei
confronti dell’artista invitata nel 1986 alla XI Quadriennale di Roma.
Con la mostra Carati di Suzzara del 1988, Rossi porta una grande serie
di opere tutte testimoni della grande maturità tecnica raggiunta nel
campo della pittura analitica; di lei già scrivono da tempo e si sono
accostati al suo lavoro critici e curatori di fama nazionale come Marisa
Volpi Orlandini, Gillo Dorfles, Giorgio di Genova, Enrico Crispolti, e
molti di questi, primo fra tutti Corrado Maltese, passavano in terra
sarda tramite le cattedre dell’Università degli Studi di Cagliari. In
queste opere gli strati di colore e materia creano un senso di tempo
accumulato e di complessità visiva, testimoniano una fase di maturità in
cui Rossi combina con maestria rigore formale e sensibilità emotiva,
trascendendo la pura analisi per abbracciare una dimensione più lirica e
densa. Non mancano in
questa fase esempi in cui le ricerche di Rossi si avvicinano ad alcune
pratiche dell’Arte Povera e del Concettuale, pur mantenendo una
dimensione lirica che la distingue da ogni forma di programmaticità
ideologica. Le opere installative degli anni Novanta, come Firenze
Solingen Sarajevo (1992), introducono esplicitamente la riflessione
sulla guerra, sulla violenza, sulla fragilità umana, collocando l’opera
dentro una dimensione etico-politica di grande potenza. Pur affrontando
temi di memoria collettiva, il suo lavoro non cessa mai di interrogare
anche la questione identitaria femminile. Fin dai primi anni, la firma
«R. Rossi» viene adottata dall’artista per eludere il giudizio
preventivo di un sistema che marginalizza la produzione femminile. E
tuttavia, come sottolinea Lea Vergine, la sua non è una poetica del
vittimismo, bensì della trasformazione: il privato diventa metafora
universale. Il femminile, nella ricerca di Rossi, è cifra etica, non
solo biografica. Negli ultimi vent’anni la produzione di Rossi
continua a evolversi, sperimentando nuovi materiali e linguaggi. Con la serie
degli Archetipi e degli Scarti (2002-2003), il lavoro si approfondisce nella
poetica del residuo e della trasparenza. I suoi“neri”,come dimostrano le opere I
colori dell’Estasi (2007), non sono mai cancellazione della luce, ma spazio di
emersione, di latenza luminosa. Appartengono alla produzione di questo periodo
opere appartenenti a serie come Oscuro sole di tenebra o Ombre (2005-2006) che
indagano la natura effimera e suggestiva dell’ombra stessa, elevandola a potente
veicolo di introspezione e riflessione sul visibile e l’invisibile–un tema
ricorrente nella storia dell’arte che Rossi reinterpreta con profondità
riconducendolo sempre al dato analitico della stesura del colore e del rapporto
con la luce. Con il grande ciclo dei Camouflage, che confluiranno nella mostra
diffusa Rashomon del 2012, Rossi continua a esplorare il tema del mimetismo, ma
con una scala più ampia che suggerisce una fusione tra l’opera e l’ambiente
circostante, quasi un’espansione della tela nello spazio. Il riconoscimento critico e istituzionale
di questa lunga e rigorosa carriera giunge finalmente in modo sistematico negli
anni più recenti. Ne 2013 la splendida mostra a Gavoi (ex casa Lai) in occasione
del Festival Letterario Tutte Storie, intitolata Testimonianze, un’antologica a
cura del Museo MAN di Nuoro e dell’allora direttore Lorenzo Giusti. La
mostra Percorsi ininterrotti, organizzata a Cagliari nel 2016 nell’ambito del
progetto Sotto il segno del contemporaneo e curata da Maria Luisa Frongia,
Marzia Marino e Anna Maria Montaldo, ha rappresentato il primo ampio omaggio
museale che ha restituito la complessità dell’opera di Rossi. La mostra
sièarticolata in due sezioni, documentando sia la ricerca pittorica sia le opere
installative e i ready-made, ponendo in luce l’evoluzione di una ricerca
metodica e coraggiosa. Anche la mostra Reinas al Museo Ettore Fico di Torino nel
2020, curata da Efisio Carbone, ha contribuito a consolidare la rilettura
critica dell’opera di Rossi, presentandola insieme a Maria Lai, Zaza Calzia e
Lalla Lussu come una delle protagoniste indiscusse della scena artistica
femminile isolana del secondo Novecento. In quella sede emerge con chiarezza
come l’opera di Rossi rappresenti non solo la testimonianza di un percorso
individuale, ma anche un capitolo fondamentale della storia dell’arte
contemporanea sarda, capace di dialogare con i centri nazionali e
internazionali. Oggi il percorso di Rosanna Rossi può essere riconosciuto
pienamente come uno degli episodi più compiuti della cosiddetta «modernità
periferica consapevole», per riprendere le parole di Enrico Crispolti. La
sua capacità di elaborare un linguaggio autonomo, radicato nella propria
esperienza territoriale ma in costante dialogo con i linguaggi internazionali
dell’arte analitica, povera e concettuale, rappresenta una delle testimonianze
più alte della cultura visiva italiana del secondo Novecento. In Rossi si Un discorso a parte merita la ricerca su
materiali differenti dalla pittura. Se l’artista Rosanna Rossi è oggi conosciuta
come una delle più importanti pittrici italiane del secondo Novecento, in
particolare per la sua costante e magistrale ricerca nel campo della pittura
analitica, l’altrettanto fondamentale filone legato alla sperimentazione dei
materiali non può essere ritenuto di minore importanza. Alla rigorosa, ascetica
perizia della pittura al quadrato, mossa verso vibrazioni coloristiche e
segniche che raggiungono la perfezione tecnica, l’idea suprema della
sublimazione dei materiali, del loro uso, compreso il richiamo al mondo
domestico, la forza dell’assemblaggio, permettono all’artista d’infondere un
significato etico che muove oltre la purezza estetica dei suoi lavori pittorici,
eccezion fatta per serie quali le Garze o i Camouflage, così ricche di elementi
autobiografici. Questo campo di ricerca si irrobustisce a partire dai primi anni
Novanta, quando l’artista seleziona materiali respingenti quali filo spinato,
cocci di vetro, pagliette di ferro. «Anarchica e utopizzante» così Rosanna Rossi
venne definita da Lea Vergine riferendosi agli Anemoni e al Mare di Ferro,
mentre aggiungeva che: «rifare il mare e i suoi anemoni,èvoler rifare il mondo». Rosanna Rossi - Xilografie
e un dipinto
Parliamo di una lenta ma radicale trasformazione
verso l’astrazione, un percorso che maturerà
pienamente nel decennio successivo. Centrale, in
questa fase di passaggio,èl’esperienza didattica
all’Ospedale psichiatrico di Cagliari, dove Rossi
conduce corsi di pittura con i pazienti
psichiatrici. Questo lavoro pedagogico diventa
laboratorio di decostruzione della rappresentazione:
il gesto pittorico è liberato dal vincolo mimetico,
la superficie della tela diviene campo d’azione
emotiva.
Nelle Bande colorate la superficie pittorica è organizzata in campi
cromatici paralleli, fasce calibratissime che scorrono su fondi neutri
in una ritmica raffinata, sospesa fra equilibrio e vibrazione. Come nota
Gillo Dorfles, le Bande cromatiche della Rossi sono «criptogrammi
emozionali», nei quali l’apparente freddezza geometrica cela una
tensione lirica profonda. Marisa Volpi Orlandini ha sottolineato
come queste opere instaurino un dialogo stretto con il Cubismo orfico e
le ricerche cromatiche europee di Delaunay e Dorazio. Per Tommaso
Trini il metodo compositivo della Rossi si configura come un gesto
naturale, organico, che richiama il ciclo agricolo della semina e della
crescita: il colore, deposto sulla tela, germina e si stratifica secondo
ritmi temporali controllati ma vitali, producendo una sorta di
bioestetica cromatica. Il colore non è superficie, ma corpo vibrante che
respira nello spazio. Come la pittura analitica coeva, la ricerca di
Rossi indaga il linguaggio stesso della pittura, senza mai abdicare al
valore lirico della percezione. Sono di questi anni Settanta, opere
significative come le Bande colorate degli anni 1971-73 dove la
giustapposizione di primari crea una tensione visiva e un ritmo vibrante
che definisce lo spazio pittorico attraverso la pura modulazione
cromatica; le sovrapposizioni delle larghe pennellate ad acrilico creano
ombre e bruni intensi che vibrano sugli spazi puri della tela non più
supporto al colore ma essa stessa colore-pausa protagonista della
composizione. La propensione dell’artista verso composizioni basate
sulla ripetizione e l’alterazione di moduli geometrici si manifesta in
Struttura modulare (1971), un chiaro esempio del suo rigore
metodologico. In Modulazione cromatica (1972), la superficie pittorica
si trasforma in un campo di indagine ottica, dove le variazioni tonali e
le sottili differenze cromatiche generano percezioni di movimento e
profondità, quasi un’eco delle ricerche sulla percezione visiva
dell’epoca. Infine, Vibrazione cromatica (1974) incarna la sintesi di
questa fase, mostrando come il colore possa creare un effetto quasi
cinetico, pulsando sulla tela e coinvolgendo attivamente lo sguardo
dell’osservatore in un dialogo silenzioso ma intenso sulla natura della
percezione.
Nella serie Forma Sonata, con e senza predella, l’artista proietta la sua
ricerca sul ritmo e sulla composizione in una dimensione più narrativa o
seriale, evocando strutture sacre e sfondi musicali nella loro traduzione
visiva. La più recente serie dei Tao testimonia una continuità nella ricerca
sulla fluidità del segno e sulla forza intrinseca del colore, suggerendo un
dialogo con filosofie orientali e un approccio più contemplativo alla forma,
dove l’equilibrio tra pieni e vuoti, segno e silenzio, evoca principi universali
di armonia e trasformazione.
fondono metodo, sensibilità, rigore e una straordinaria capacità di interrogare
continuamente il senso stesso dell’atto artistico
Nel 1996 presso l’atelier di Raku, laboratorio ceramico sito nel cuore di
Cagliari, l’artista presentò il suo sorprendente mondo ferrigno alla mostra
Arcipelaghi curata da Lea Vergine. Parliamo di anemoni di mare sessualmente
pregnanti, scultorei assemblaggi ready-made e strutture piane create
intrecciando pagliette di ferro lavorate e distese: tra il dadaismo nichilista
duchampiano e la pop-art anestetizzante di Jeff Koons, gli oggetti esteticamente
invisibili usati da Rosanna Rossi diventano, al contrario, portatori di chiari
messaggi di riscatto: «Da una parte ho lavorato all’interno della specificità
della pittura: l’impianto generale, certo,
la tecnica, il colore, e qui il passo era lento; mentre dall’altro, in una sorta
di necessità antiaccademica: la plasticità, l’invenzione intuitiva, il
ritrovamento». Arricchite da nuove forme di rappresentazione, le pagliette
vengono presentate l’anno successivo alla mostra Isole e Arcipelaghi a Tortolì (Ogliastra)
all’interno del bellissimo museo a cielo aperto dedicato alla scultura dal
compianto Edoardo Manzoni che cinque anni dopo
dedicò ai “materiali” di Rosanna Rossi un’intera antologica a partire dalle
prime sperimentazioni site-specific degli anni Settanta. La mostra mise in luce
un costrutto coerente e articolato nel tempo, a tratti autobiografico,
fortemente comunicativo: «Ogni volta è stato come mettere alla prova mani e
mente, e poi guardare. Non è mai stata nel tempo, questo mio lavorare, un’azione
disordinata. Certo, questo agire, partiva da un dinamismo interiore,
apparentemente istintivo e volutamente inesauribile. Ma dietro a questo agire,
si nascondeva, tutt’ora si cela, la necessità di riflessioni su ciò che la vita
mi andava proponendo».
Dai sacchi dedicati alle città martoriate Firenze Solingen Sarajevo del 1992,
giganti informali dal cuore magmatico, presentati in una memorabile
installazione alla Galleria Comunale di Cagliari, ai Guanti dell’Incisore
(1992), ora sporchi d’inchiostro come di sangue, perché l’arte è sacrificio, ora
assemblati nei ritmi rigorosi del bianco e del nero, come Raffinati torturatori
(2004).
Come ben sottolinea Maria Luisa Frongia, già docente di Storia dell’Arte
Contemporanea dell’Università di Cagliari, in occasione della grande antologica
Percorsi ininterrotti realizzata nel 2015 presso la Galleria Comunale dei Musei
Civici, sotto la direzione di Anna Maria Montaldo: «L’avventura verso
nuove esperienze è, infatti, ormai intrapresa. La stagione iniziata dai sacchi
di iuta si evolve verso la ricerca e l’utilizzo di oggetti d’uso quotidiano,
spesso privilegiando il colore della materia stessa, senza sovrapposizioni
esterne, in una sintesi plastico- cromatica già perseguita nell’Italia della
fine degli anni Sessanta dall’Arte Povera».
La scelta dei materiali è per l’artista strumentale al rafforzamento del tema e
del messaggio: se le lane negli anni Settanta furono sperimentazioni
straordinarie sul rapporto tra forma e colore ispirate a Kandinskij, nei
gomitoli di filo spinato del 2009 la forma sferica e il materiale, pur
richiamando il mondo tessile come le lane, sono un chiaro ammonimento contro la
guerra, tema assai sensibile per l’artista che la visse personalmente essendo
solo una bambina; lo stesso filo spinato, superficie sepolcrale, altare tra gli
altari, quasi un nero di Rothko, fu innalzato all’antica chiesa di San Saturnino
nel 2000, come aniconica immagine per una laica preghiera. Quanto ai vetri, le
supreme trasparenze liquide delle prime bande riecheggiano nelle schegge blu dei
recupage e nei muri di bottiglie rimandando a importanti progetti di arte
pubblica che ancora oggi risplendono sotto i limpidi cieli di Cagliari e Quartu
Sant’Elena.
In questo mondo alternativo alla pittura, pur riconoscendo in serie quali
Spaghi, Garze, Lacerazioni una presenza materica importante, le Bituminose
rappresentano un ideale trait d’union. L’uso del bitume, di colori pastosi e
scintillanti restituisce un effetto “metropolitano”. I lavori, realizzati in
diverse dimensioni, sembrano dialogare segretamente con la perfezione armonica
delle Forme Sonata, quasi fossero la versione rock di queste sinfonie per archi.
Efisio Carbone - Infinite linee, una sola ricerca, testo in catalogo
“Rosanna Rossi”, Edizioni Museo Ettore Fico, Torino 2025
1 APRILE - 2 MAGGIO 2026
Marina Bastianello Gallery
calle de l’Aseo, Cannaregio 1865A 30121 Venezia
Direttore
Marina Bastianello
phone +39 338 7370628
vaporetto: San Marcuola Casinò
15 minuti da piazzale Roma e dalla stazione Santa Lucia
mercoledì / venerdì 11.00 - 18.00
sabato 16.00 - 19.00
altri giorni solo su appuntamento
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artisti rappresentati:
Agostino Bergamaschi - Orianne Castel - Lucien Clergue - Benedetta Cocco -
Iginio De Luca - Ettore Fico - Glwadis Gambie - Chiara Peruc - Rosanna Rossi