Con Luci 1 e Luci 2, entrambe realizzate nel 1993, Leonardo Basile affronta il tema della luce sottraendolo alla sua dimensione puramente ottica e trasformandolo in materia, energia, gesto e movimento. Non siamo di fronte alla rappresentazione di una sorgente luminosa, né alla volontà di riprodurre sulla superficie pittorica un particolare effetto di luce. La luce, in questi due lavori, diventa piuttosto una forza che agisce sulla materia, una presenza che sembra nascere dall'interno stesso del quadro.
Le due opere appartengono evidentemente alla medesima stagione di ricerca, ma sviluppano due differenti modalità di manifestazione di questa energia. Se in Luci 1 essa sembra organizzarsi soprattutto lungo un asse verticale, in Luci 2 si espande invece in modo centrifugo, irradiandosi dal centro verso l'intera superficie. Potremmo quasi considerarle come due momenti consecutivi di uno stesso fenomeno: la luce che emerge e la luce che si espande.
Luci 1: una forma che sale dal buio
In Luci 1, il fondo nero assume immediatamente un ruolo fondamentale. Non è un semplice spazio neutro sul quale applicare il colore, ma una vera e propria dimensione spaziale, profonda, quasi insondabile. La superficie appare attraversata da una fittissima trama di segni rossi, sottili e irregolari, che si intrecciano, si sovrappongono e si inseguono senza seguire una geometria prestabilita.
Il rosso sembra costruire una sorta di rete energetica, una materia nervosa e pulsante che occupa lo spazio e ne impedisce la staticità. L'occhio non riesce a fermarsi su un unico percorso: viene continuamente rimandato da una linea all'altra, da un incrocio a un altro, in una sorta di labirinto visivo.
All'interno di questo intrico emerge, con straordinaria evidenza, la grande presenza centrale costituita dallo smalto giallo. È qui che il dipinto sembra trovare il proprio punto di massima tensione.
La forma centrale non è facilmente riconducibile a un'immagine precisa. In alcuni passaggi può suggerire una fiamma, in altri una forma architettonica, una città immaginaria, un organismo vegetale o addirittura una struttura biologica in fase di crescita. Ma forse proprio questa indeterminatezza costituisce uno dei suoi elementi di maggiore forza.
Basile non sembra voler “raffigurare” qualcosa. Piuttosto, sembra voler far emergere qualcosa.
La verticalità della struttura gialla è particolarmente significativa. Le colature si sviluppano dal basso verso l'alto, alcune si arrestano, altre proseguono, altre ancora si assottigliano fino quasi a scomparire. Il gesto pittorico diventa così una sorta di movimento congelato: ciò che vediamo sulla superficie è il risultato di un'azione, ma anche la traccia di un'azione che idealmente continua.
Lo smalto, lasciato colare, conserva infatti la memoria della gravità. La materia segue il proprio peso, ma l'artista interviene su questo comportamento naturale, lo accompagna, lo interrompe, lo sovrappone e lo rilancia. Ne nasce un dialogo particolarmente interessante fra volontà e imprevedibilità, fra progetto e accidente.
Il giallo, inoltre, non si limita a contrastare il rosso: sembra quasi emergere da esso. Il colore caldo dello sfondo e quello ancora più luminoso della struttura centrale appartengono alla stessa famiglia energetica, ma svolgono funzioni differenti. Il rosso costruisce la tensione, il giallo la concentra.
Il risultato è una pittura che sembra attraversata da una scarica elettrica, dove ogni linea è potenzialmente un impulso.
Il gesto come scrittura
Uno degli aspetti più interessanti di Luci 1 è proprio il rapporto fra segno e gesto.
Le linee non sembrano avere la funzione tradizionale di delimitare una forma. Non sono contorni. Sono piuttosto tracce di movimento, una sorta di scrittura automatica della mano sulla superficie.
Si potrebbe dire che Basile dipinge non tanto delle forme quanto il percorso necessario per arrivare alla forma.
La pittura registra il tempo dell'esecuzione. Ogni passaggio, ogni colatura, ogni sovrapposizione racconta qualcosa del momento in cui il colore è stato deposto sulla faesite. Il quadro diventa quindi anche una sorta di memoria del gesto.
Questo elemento è particolarmente evidente nella differenza fra le linee sottili e nervose del fondo e gli accumuli più corposi dello smalto giallo. La superficie acquista così una dimensione quasi tattile: pur trattandosi di un'immagine bidimensionale, si ha la sensazione che la materia possa essere percepita fisicamente.
Luci 2: quando la luce esplode
Con Luci 2 la ricerca cambia direzione. Qui il giallo non si concentra più prevalentemente lungo una struttura verticale, ma sembra partire da un nucleo centrale, quasi un centro di combustione dal quale si irradiano decine di traiettorie.
La composizione assume una forma quasi organica. Il centro appare denso, materico, addensato, mentre tutto intorno le linee si allungano in ampie curve, archi e traiettorie che occupano progressivamente lo spazio nero.
È come se una forza improvvisa avesse attraversato la superficie provocando una esplosione controllata.
Le linee sembrano partire dal centro, ma non procedono secondo una rigorosa simmetria. Alcune si incurvano, altre si interrompono, altre si sovrappongono, altre ancora ritornano verso il nucleo. Questa apparente libertà impedisce alla composizione di trasformarsi in una semplice figura radiale.
Anche qui il caso svolge un ruolo importante, ma non è mai completamente lasciato a se stesso.
Il quadro suggerisce un movimento continuo, quasi una pulsazione. Il centro sembra generare energia e contemporaneamente assorbirla. Le traiettorie esterne possono essere lette come raggi, filamenti, orbite, scariche o espansioni di una materia viva.
Se Luci 1 può essere associata all'idea di una crescita verticale, Luci 2 sembra invece rappresentare una irradiazione.
È la differenza fra una luce che sale e una luce che si propaga.
Il nero come spazio attivo
In entrambe le opere il nero svolge una funzione molto più complessa di quella di semplice sfondo.
È il vuoto necessario alla luce.
Senza quel nero, il giallo perderebbe gran parte della propria intensità. È proprio il rapporto fra assenza e presenza a rendere così potente la cromia delle due opere. Il nero assorbe, il giallo restituisce. Il primo crea profondità, il secondo la attraversa.
In Luci 2, questo contrasto diventa particolarmente evidente: le linee gialle sembrano galleggiare nel buio, come traiettorie luminose osservate nello spazio. La superficie pittorica sembra quasi trasformarsi in un campo cosmico, dove il colore non descrive un fenomeno naturale ma suggerisce l'idea stessa di energia in movimento.
Il quadro, quindi, non rappresenta una luce: costruisce uno spazio nel quale la luce può manifestarsi.
Ed è forse questo uno dei passaggi più significativi della ricerca di Basile.
Materia, casualità e controllo
Un altro elemento che accomuna i due lavori è il particolare rapporto fra controllo e casualità.
Lo smalto possiede una propria fisicità. Cola, si accumula, si assottiglia, lascia tracce differenti a seconda della velocità del gesto e della quantità di materia utilizzata. L'artista non può controllarne ogni singolo comportamento.
Eppure, proprio questa imprevedibilità viene utilizzata come parte integrante del linguaggio.
Basile non cerca di eliminare l'errore o l'accidente: lo incorpora nella costruzione dell'immagine.
Le colature diventano linee; gli schizzi diventano segni; le sovrapposizioni diventano profondità; le irregolarità diventano ritmo.
È qui che la pittura gestuale assume una particolare identità: la spontaneità non coincide con l'improvvisazione. Dietro l'apparente libertà del gesto si percepisce una precisa capacità di organizzare la superficie, di individuare equilibri, densità e punti di tensione.
Il gesto è libero, ma il quadro non è casuale.
Due opere, una sola energia
Osservate insieme, Luci 1 e Luci 2 possono essere considerate quasi come due variazioni sul medesimo principio.
Nella prima, l'energia sembra concentrarsi e salire.
Nella seconda, sembra esplodere e propagarsi.
Una costruisce una sorta di colonna luminosa; l'altra sviluppa un organismo radiale. Una sembra avere il proprio punto di forza nella verticalità, l'altra nella circolarità e nell'espansione.
E tuttavia entrambe nascono dalla stessa contrapposizione essenziale: il buio e la luce, il vuoto e la materia, la quiete e il movimento.
È interessante anche osservare come il giallo perda progressivamente la propria funzione puramente cromatica per assumere quasi una funzione fisica. Non è più semplicemente un colore che “rappresenta” la luce. È la materia stessa che diventa luminosa.
Il giallo sembra avere un peso, una consistenza, una temperatura.
Sembra quasi poter essere toccato.
La pittura come campo di forze
In definitiva, queste due opere del 1993 testimoniano una fase nella quale Leonardo Basile sembra interessato a portare la pittura oltre la rappresentazione, verso una dimensione nella quale il quadro diventa un vero e proprio campo di forze.
Non c'è un'immagine da riconoscere, ma un'energia da percepire.
L'osservatore viene coinvolto non attraverso una narrazione, ma attraverso il movimento dello sguardo. Gli occhi seguono le linee, ritornano al centro, si perdono negli intrecci, cercano un ordine e poi lo perdono nuovamente.
In questo senso, il caos apparente della superficie non è l'opposto dell'ordine: è un ordine ancora in formazione.
Ed è forse proprio questo che rende le due opere ancora oggi sorprendentemente attuali. A distanza di oltre trent'anni, Luci 1 e Luci 2 conservano una notevole immediatezza perché non chiedono allo spettatore di decifrare un'immagine, ma di entrare in relazione con una forza.
La luce, in questi lavori, non è qualcosa che viene osservato dall'esterno.
È qualcosa che accade.
Accade attraverso il gesto, attraverso la materia, attraverso il contrasto cromatico, attraverso la gravità delle colature e attraverso il nero che le accoglie.
Basile sembra così intuire, già nel 1993, che la luce pittorica può diventare qualcosa di più della luce stessa: può diventare segno dell'energia vitale, traccia del movimento, memoria del gesto e metafora della trasformazione.
E se Luci 1 racconta una luce che sembra nascere dal buio per elevarsi, Luci 2 racconta quella stessa energia nel momento in cui raggiunge il proprio culmine e si propaga in ogni direzione.
Due opere diverse, dunque, ma profondamente complementari.
Una luce che sale.
Una luce che esplode.
Una luce che, in entrambi i casi, nasce dalla materia e dal
gesto.
Forse è proprio qui il nucleo più autentico di questa ricerca di Basile: non dipingere la luce, ma fare in modo che la pittura diventi luce.
- Titolo: Luci 1/2
- Genere: informale
- Dimensioni: cm 100 x 70
- Tecnica: acrilici e smalti su faesite
- Data realizzazione: 1993
- Redattore:



