Una geografia di stoffe e segni
Non ho mai definito questo lavoro un’“opera d’arte” nel senso tradizionale del
termine. E forse è proprio questa sua estraneità alla definizione convenzionale
a renderlo interessante, perché questo collage di tessuti - del 1993 - nasce
innanzitutto come esperienza di materia, di colore e di libertà compositiva.
Guardandolo oggi, a distanza di oltre trent’anni, ciò che colpisce è la
straordinaria vitalità dell’insieme. Non c’è una superficie da contemplare
passivamente, ma una sorta di territorio visivo, costruito attraverso frammenti
di stoffa, fantasie, trame, geometrie e colori che sembrano provenire da mondi
differenti e che, accostati, acquistano una nuova identità.
La prima impressione è quella di un caos controllato. Le stoffe sembrano quasi
essersi incontrate casualmente: quadri, righe, motivi floreali appena accennati,
forme geometriche, segni grafici, volti e figure suggerite, frammenti di stampe.
Eppure il caso, osservato con maggiore attenzione, rivela una precisa capacità
di costruire equilibri e contrappesi.
Il colore è il vero protagonista. Rossi, gialli, blu, verdi, viola, aranci e
bianchi non vengono utilizzati per descrivere qualcosa, ma per provocare una
reazione immediata dello sguardo. Le diverse stoffe non sono semplicemente
campioni di tessuto: diventano tessere di un mosaico irregolare nel quale ogni
frammento conserva la propria individualità, pur partecipando alla struttura
complessiva.
È proprio la frammentazione uno degli aspetti più interessanti del lavoro. Nulla
sembra voler diventare completamente unitario. Le immagini si interrompono, le
geometrie vengono tagliate, i motivi si sovrappongono e si contraddicono. Il
collage sembra dirci che l'unità non nasce necessariamente dall'omogeneità, ma
può essere costruita mettendo insieme ciò che è diverso.
E qui entra in gioco anche la natura stessa dei materiali.
La stoffa porta con sé qualcosa che la pittura tradizionale non possiede: la
memoria dell'uso, del corpo, dell'abito, della casa, della quotidianità. È una
materia domestica, concreta, quasi umile. Nel momento in cui viene sottratta
alla sua funzione originaria e inserita in una composizione, perde la propria
identità pratica per acquistarne una nuova, esclusivamente visiva.
Ma il lavoro non cancella completamente il passato dei materiali: lo conserva.
Ogni pezzo sembra avere una propria storia precedente al collage. È come se
l'immagine fosse stata costruita non soltanto con stoffe, ma con frammenti di
memoria.
Da questo punto di vista, il lavoro del 1993 appare oggi sorprendentemente
contemporaneo. Non perché debba essere ricondotto necessariamente a una
determinata corrente artistica, ma perché manifesta una sensibilità che rifiuta
la separazione netta fra arte e quotidiano, immagine e oggetto, pittura e
materia.
C'è inoltre un elemento quasi ludico. Alcune forme geometriche sembrano giocare
tra loro; altre evocano alfabeti sconosciuti, maschere, piccoli personaggi,
architetture impossibili. Lo sguardo non procede secondo un percorso obbligato:
salta da un frammento all'altro, si perde e ricomincia.
Ed è forse questa la caratteristica più autentica del collage: non racconta una
storia, ma produce una quantità di possibili storie.
A differenza di un dipinto concepito per condurre lo spettatore verso
un'immagine precisa, questo lavoro lascia che sia chi guarda a stabilire
connessioni. Una stoffa può diventare paesaggio, un'altra volto, una geometria
può trasformarsi in un segno alfabetico, mentre una semplice trama a quadri
diventa improvvisamente una superficie architettonica.
Il risultato è una sorta di “ordine irregolare”, dove la misura non è affidata
alla simmetria ma alla tensione fra le parti.
E forse, proprio perché io stesso oggi senta il bisogno di non definirlo come “
un'opera d'arte”, sarebbe interessante considerarlo semplicemente per quello che
è: un documento di ricerca. La testimonianza di un momento in cui il fare
creativo poteva passare attraverso materiali comuni, senza necessariamente
chiedere loro di diventare qualcosa di nobile o di definitivo.
Un lavoro libero, dunque.
Forse persino inconsapevolmente libero.
Il suo valore non sta tanto nel pretendere di essere un'opera compiuta, quanto
nel mostrare un modo di guardare e di assemblare il mondo: prendere frammenti
diversi, accettarne le differenze, metterli in relazione e scoprire che,
insieme, possono generare una nuova armonia.
A trentatré anni di distanza, quel collage conserva intatta proprio questa
energia: non quella dell'oggetto prezioso, ma quella della scoperta.
E forse è questa la sua qualità più bella.
- Titolo: SENZA TITOLO 1993
- Genere: Collage con tessuti
- Dimensioni: cm 60 x 90
- Tecnica:
- Data realizzazione: 1993
- Redattore: Autore
