E non chiamatemi Nerone
se questa notte darò fuoco a tutto.

Alle mie illusioni anzitutto, a quei sogni ostinati
che per tante notti ho allevato sotto la luna,
e per tanti giorni sotto l’indifferenza del sole.

Li vedrò ardere senza rimpianto,
come si guarda morire ciò che un tempo abbiamo amato
e che ormai ci pesa sul cuore.

Darò fuoco alle mie storie d’amore, a quelle povere passioni
che promettevano paradisi e lasciarono soltanto stanze vuote,
insonnie, silenzi

e il lento mal di mare
di chi non sa più
verso quale riva dirigersi.

Brucerò anche i ricordi dell’infanzia,
quei piccoli cadaveri della memoria
che il tempo conserva per crudeltà.
Sono vecchi, malati,
e non hanno saputo insegnarmi nulla
se non la vanità
di tutto ciò che passa.

E poi toccherà alle promesse.
Le getterò nel fuoco una dopo l’altra,
come lettere mai spedite, come giuramenti pronunciati
quando ancora credevo che il futuro avesse memoria di noi.

Il vento, forse, ne ha già portate via molte.
Le altre le brucerò io.

Non perché abbia smesso di credere,
ma perché ho finalmente compreso
che anche le promesse, quando invecchiano,
cominciano ad avere l’odore triste delle cose morte.

E non chiamatemi Nerone. Non sto incendiando Roma.

Sto soltanto bruciando
quel poco di me
che ancora insisteva a chiamarsi speranza.


21 febbraio 1980