Forse la categoria dei giornalisti — della carta stampata come della televisione — dovrebbe recitarsi un De profundis... Non tanto per augurarsi la scomparsa della categoria, quanto per prendere atto della profonda crisi di credibilità nella quale una parte - gran parte - dell'informazione sembra essersi volontariamente inabissata.

A guardare le cose dalla parte di noi utenti, cioè di coloro che l'informazione dovrebbero riceverla e non subirla, il problema è evidente: sempre più spesso non ci viene raccontato ciò che è accaduto, ma ciò che qualcuno ha deciso che dobbiamo pensare di ciò che è accaduto.

La notizia è diventata commento, il commento opinione, l'opinione verità. E nel passaggio da un piano all'altro si è smarrita una cosa essenziale: la realtà.
Accendiamo la televisione e assistiamo a interminabili dibattiti nei quali gli stessi volti si alternano, si interrompono, si contraddicono, si accusano. Leggiamo i giornali e troviamo titoli costruiti per provocare una reazione più che per informare. Sui social, poi, l'informazione viene spesso confezionata per ottenere consenso, indignazione, clic e condivisioni.

E noi, che dall'altra parte dello schermo o dell'inchiostro o del monitor, dovremmo essere il pubblico in realtà siamo diventati il 'prodotto'.

Il giornalismo dovrebbe avere il compito di mettere ordine nel caos dei fatti, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è importante da ciò che è soltanto rumoroso. Dovrebbe avere il coraggio di dire non lo so, quando non sa. Di verificare prima di pubblicare. Di fare domande scomode anche quando le risposte possono infastidire qualcuno. Invece, troppo spesso, sembra prevalere la necessità di schierarsi. E quando il giornalista diventa più interessato a dimostrare di avere ragione che a cercare la verità, il rapporto con il fruìtore (stavo per scrivere 'prodotto'...) inevitabilmente si rompe.

Non si chiede un'informazione neutrale nel senso impossibile del termine... si chiede qualcosa di molto più semplice: onestà. Si vuol sapere dove finisce 'il fatto' e dove comincia 'l'interpretazione'. Si vuol poter leggere una notizia senza essere accompagnato per mano verso la conclusione che qualcun altro ha già scelto per me.
Perché noi utenti non siamo necessariamente ignoranti, ingenui o incapaci di comprendere la complessità. Abbiamo occhi, memoria e capacità di confronto. E soprattutto abbiamo imparato a riconoscere quando qualcuno ci sta informando e quando, invece, sta cercando di orientarci.

Forse è proprio questo che una parte del giornalismo dovrebbe recuperare: il rispetto per chi sta dall'altra parte.
Prima ancora degli ascolti, dei clic, delle vendite, degli ospiti in studio e delle battute ad effetto, dovrebbe esserci una persona che cerca di capire cosa sia realmente successo e un'altra persona che ha il diritto di saperlo. Il resto è spettacolo. E lo spettacolo, per quanto possa essere rumoroso, non è informazione.

Per questo il De profundis non è rivolto al giornalismo in quanto tale, che considero - nonostate tutto - ancora indispensabile. È rivolto a quel modo di fare giornalismo che ha dimenticato (o voluto dimenticare) per chi dovrebbe esistere.
E forse, prima di inabissarsi nelle profondità dell'oblio, sarebbe sufficiente che qualcuno tornasse semplicemente a fare il giornalista.

Non il tifoso. Non il propagandista. Non il personaggio televisivo. Non l'influencer con il tesserino...Il giornalista (quello che cerca i fatti, li verifica, li racconta e lascia a noi la libertà — e la responsabilità — di formarci un'opinione.