Il buio non mi fa più paura.

Ha anch’esso una morte che un giorno lo divorerà.
E io rimango qui,
con la pazienza oscura di chi ha imparato a sopportare
anche ciò che non comprende.

Stanotte il vento ha aperto la porta
con la furia di un ospite indesiderato
e ha strappato dal muro il volto inquieto di Klee.

Adesso basta.
Non voglio più udire
quelle voci che salgono dall’infinito, quelle voci senza bocca
che conoscono il mio nome meglio di me.

La signora forse non verrà.

Forse ha dimenticato la strada che conduce al monte d’aria,
dove ogni cosa pesa e nulla ha più consistenza.
Jeli era un cornuto, e lo sapeva.

C’è una strana saggezza nelle disgrazie accettate senza pianto.
Intanto l’incoscienza mi entra nelle orecchie
come una musica senza suono
e mi impedisce di ascoltare il mare che torna alla riva,
il piccolo esercito dei ciottoli che la risacca trascina via,
e quel vecchio, infine,
che cerca il sonno con la testa posata sul nulla,
senza un cuscino sotto il capo.

Forse dorme. Forse aspetta.
Forse anche il buio, questa notte,
ha bisogno di qualcuno che gli tenga compagnia.


Luglio 1979