Sogno spesso,
nelle notti in cui gli uomini tornano alle loro donne incinte,
di tornare anch’io nei luoghi del mio tempo antico,
quando ogni cosa sembrava avere un nome e forse anche un senso.

Poi mi sveglio.
E la mente, finalmente stanca di sognare,
mi dice che quel desiderio è stupido, infantile,
che non c’è nessun luogo dove tornare.

C’è soltanto questo tempo, questo tempo che viene avanti
senza chiedere niente,
e nel quale dovrò costruirmi dei nuovi ideali,
anche se saranno sporchi di noia,
di giorni tutti uguali, di cose che non ho scelto.

Fra poco riprenderò a studiare.

Lo farò come si fanno le cose che bisogna fare,
mentre dentro di me continuerà a vivere
la voglia di fare qualcos’altro.

Forse è proprio questo che significa diventare grandi:
smettere di sognare il ritorno
e non sapere ancora dove andare.



13 maggio 1980