Ho scavalcato il muro della mia incoscienza
e dall’altra parte non ho trovato nulla,
se non me stesso.

Ancora io.
Ancora questo inutile ritorno
a una stanza senza porte,
dove la felicità non entra
e la luce sembra soltanto
un errore del giorno.

Forse la felicità non esiste.
Forse è una menzogna inventata dagli uomini
per rendere più sopportabile la vita.
O forse esiste, sì,
ma ha dimenticato il mio nome.

Perché a me soltanto
tocca questa lunga stagione senza primavera?

Ho provato a essere felice.
Ho nascosto la mia tristezza
sotto il sorriso,
come si nasconde un cadavere
sotto la terra ancora fresca.

Ma non si può mentire per sempre
alla propria disperazione.
Adesso dico basta.

Vorrei cambiare qualcosa.
Vorrei cambiare tutto.
Strappare dalle pareti questa vita
e ricominciare da una stanza vuota.

Ma la mia incapacità mi assale
come una bestia paziente.
Mi prende le mani,
mi spegne il coraggio,
mi lascia seduto
davanti alle mie stesse rovine.

Le mie forze sono cadute una dopo l’altra.
E i pensieri, poveri uccelli feriti,
annaspano nel nulla,
battono contro il cielo
e poi scompaiono.

Sono qui.
Seduto.
Aspetto non so cosa.
Non faccio nulla.
Non sento nulla.
Persino il dolore
sembra essersi stancato di me.

E allora penso
di essere già morto
e di non essermene accorto.
Forse è questo il vero inganno:
la morte non viene con il rumore
di una porta che si chiude.

Viene lentamente,
giorno dopo giorno,
mentre noi continuiamo a respirare,
a parlare,
a fingere di essere vivi.
La morte non ha fretta.
Ti aspetta.
E, senza che tu te ne accorga,
ti frega nel tempo.


31/05/1978