La mia infanzia è partita senza rumore,
una sera, forse, mentre il cielo spargeva stelle fredde sopra i tetti.
Portò con sé le mie piccole follie, i giochi, le corse,
i sogni smisurati di un bambino che credeva eterna la felicità.

Da allora, in qualche luogo remoto, una ruota continua ancora a girare,
vuota di bambini, sotto una musica che non ascolto più.

Anch'io ho mandato via la musica,
come si scaccia un'amante importuna, dicendole: «Lasciami solo».
Non volevo più la sua voce, non volevo ricordare quelle notti innocenti
in cui il desiderio non aveva ancora imparato il nome del peccato.

Ah, quanto sono stato sciocco!

Ho barattato la ruota dei miei giochi con le braccia di una donna,
la leggerezza con il desiderio,
l'infanzia con quella febbre oscura che chiamiamo amore
quando ancora non sappiamo quanto ci costerà.

E adesso guardo indietro e vedo soltanto ciò che ho perduto.

Maledico il Tempo, questo vecchio ladro silenzioso
che entra nelle nostre stanze quando siamo distratti e porta via ogni cosa.

Vorrei tornare bambino, salire ancora sulla ruota,
ridere senza sapere perché, correre senza avere una meta,
vivere senza contare i giorni.

Vorrei, soprattutto, tornare a quel tempo crudele e felice
in cui il sesso non aveva ancora gettato la sua ombra sul desiderio
e la vita non conosceva la propria scadenza.
 

Ma la ruota continua a girare.

E io sono rimasto a terra,
con le mani vuote
e negli occhi,
come un'ultima stella morente,
l'infanzia che non tornerà.



16/05/1980