Non ho desiderio di nulla,
questa sera.
Nemmeno di quel piccolo piacere
che il corpo, talvolta, reclama come un mendicante alla porta.
Sono stanco. E poi non voglio.
Ah, la Noia! Vecchia padrona della notte,
inguaribile morbo dell’anima, che non uccide abbastanza e non lascia
vivere.
Per lei, forse, morirei.
Non per amore: l’amore, almeno, sa ancora mentire con qualche grazia.
La Noia no. La Noia non promette nulla.
Vorrei fare mille cose, riempire la notte di gesti,
di desideri, di follie;
ma lei mi guarda con il suo volto senza volto
e mi dice: «Non questa sera.»
E io obbedisco.
Le palpebre si fanno pesanti.
La penna scivola sulla carta come se conoscesse una strada
che io ho dimenticato.
Scrive da sola, Io non conto più un cazzo.
Fuori, forse, il mondo continua a vivere,
a desiderare, a peccare, a credersi necessario.
Io invece sono qui, inchiodato alla mia stanchezza,
con una lampada accesa e nessuna ragione per spegnerla.
«Sveglia, su…» mi dico.
«Coraggio.»
Niente. La notte ha già vinto.
Dovrei alzarmi, attraversare la stanza,
allungare una mano e consegnare il buio alla stanza.
Ma anche questo gesto mi sembra una fatica smisurata.
Perciò resterà accesa, la lampada.
Che illumini pure questa inutile notte, questo corpo stanco,
questa pagina, e la mia piccola, miserabile eternità.
29 marzo 1980
