Quando viene la notte e la stanza si fa buia
e il corpo, stanco, cerca il letto e il silenzio,
io cerco te.

Non so perché accada.
Forse la notte conosce le cose che il giorno dimentica.
E allora la mente va lontano, oltre il sonno, e ti ritrova.

Ti ritrova com’eri allora:
piccolo fiore di campo, aria fresca di primavera, piedi nudi sulla terra bagna-ta.
Venivi verso di me senza rumore,
e io guardavo il tuo viso, il tuo corpo, le tue mani.

Non sapevo ancora
che avrei camminato con te per tanti anni.
Non sapevo che quelle mani
avrebbero stretto le mie attraverso il tempo,
nei giorni facili e in quelli più difficili.

Allora bastava un sogno.
«Dammi la mano» dicevi.
«Andiamo.»

E correvamo nei prati, senza sapere dove,
senza sapere quanto fosse grande il mondo fuori di noi.

Non c’erano ore, non c’erano anni.
Soltanto la terra sotto i piedi, l’odore dell’erba,
e il tuo respiro vicino al mio.

A diciannove anni si crede che l’amore
sia una cosa semplice:
due persone che si cercano e si prendono per mano.
Forse lo è davvero.
Soltanto dopo si comprende
quanto sia difficile restare.

Io allora ti dicevo: «T’amo».
E non sapevo ancora che quelle parole avrebbero attraversato gli anni,
che avrebbero conosciuto la casa, i figli, le partenze e i ritorni,
le stagioni, la fatica dei giorni, e infine anche i capelli bianchi.

Eppure erano vere. Come erano veri i tuoi occhi, scuri nella notte,
ma capaci di fare luce anche quando io non ne trovavo più.
 

Adesso, quando penso a te,
non vedo soltanto la ragazza di allora.
Vedo tutto il tempo che è venuto dopo.

E mi sembra quasi che quella ragazza
sia ancora lì, in fondo alla strada,
con i piedi nudi sulla terra bagnata,
ad aspettarmi.

Forse è questo l’amore : non dimenticare chi siamo stati,
mentre continuiamo a riconoscerci dentro ciò che siamo diventati.

E quando la notte ritorna, quando la stanza si fa buia
e il mio corpo cerca riposo, la mia mente torna ancora da te.

Come allora. Come sempre.


11 maggio 1980