PREFAZIONE
Ci sono scritti che, riletti dopo
molti anni, chiedono di essere giudicati. E poi ce ne sono altri
che chiedono semplicemente di essere letti.
Questi venti componimenti appartengono alla seconda categoria.
Sono nati fra il 1977 e il 1980, quando chi li ha scritti aveva
poco meno di vent'anni. Non è un dettaglio anagrafico: è forse
la chiave più onesta per entrarci dentro. Perché in queste
pagine non c'è ancora l'uomo che verrà, ma un ragazzo che prova,
con gli strumenti che possiede, a capire cosa significhi
diventarlo.
C'è l'amore, naturalmente. Ma c'è soprattutto la paura che
l'amore possa finire. C'è la notte, quasi sempre presente, e con
lei la luna, il mare, le stanze, il silenzio. Ci sono la noia,
l'angoscia, la solitudine, il desiderio di fuggire e quello,
altrettanto forte, di rimanere. E c'è il tempo: già allora
percepito come qualcosa che non passa semplicemente, ma che
porta via.
È curioso rileggere oggi queste parole e accorgersi di quanto il
ragazzo che le scriveva fosse già ossessionato da ciò che ancora
non poteva conoscere.
La morte, per esempio, compare spesso. Ma non è soltanto la
morte degli uomini. È la morte delle illusioni, dell'infanzia,
delle promesse, degli amori, delle stagioni, delle versioni di
noi stessi che siamo costretti a lasciare lungo la strada.
In L'infanzia perduta c'è il rimpianto per un mondo che non può
tornare. In Stanza d'affitto c'è invece il distacco da un luogo
che sembra contenere un'intera esistenza. In Il tempo degli
ideali affiora la consapevolezza, ancora incerta, che crescere
significhi forse proprio questo: smettere di cercare una strada
già conosciuta e cominciare a camminare senza sapere dove porta.
E poi c'è l'amore.
Non quello raccontato con la sicurezza di chi sa già come andrà
a finire, ma quello di un ragazzo che ancora non lo sa. In Il
piccolo fiore, scritto a diciannove anni, c'è una cosa che
colpisce soprattutto oggi: il futuro è ancora completamente
invisibile, eppure quelle parole contengono già,
inconsapevolmente, la storia di una vita intera.
È forse questo il piccolo miracolo di queste pagine: alcune cose
che allora sembravano soltanto intuizioni, oggi hanno acquistato
un significato diverso.
Non necessariamente più grande. Semplicemente diverso.
Rileggendole, non ho cercato il poeta che sarebbe potuto
diventare l'autore di questi testi. Ho cercato il ragazzo che li
ha scritti. E l'ho trovato.
L'ho trovato nella sua insofferenza, nelle sue malinconie
talvolta persino eccessive, nei suoi entusiasmi, nelle sue
paure, nei suoi amori, nella voglia di andarsene e nella
necessità di essere trattenuto. L'ho trovato soprattutto nella
sua ostinazione a mettere sulla carta ciò che non riusciva a
dire altrimenti.
Per questo non credo sia necessario chiedere a queste poesie di
essere più di quello che sono:
Non sono il lavoro di un poeta
arrivato. Sono il lavoro di qualcuno che stava cercando la
propria voce.
E forse una voce, quando è davvero nostra, non nasce già
perfetta. Nasce sporca di vita, di letture, di imitazioni, di
rabbia, di ingenuità, di desiderio. Nasce qualche volta persino
sbagliata. Poi rimane lì, da qualche parte, ad aspettare.
Per quasi cinquant'anni queste parole hanno aspettato.
Aspettato che il ragazzo che le aveva scritte diventasse l'uomo
che oggi può finalmente rileggerle senza vergognarsi delle
proprie ingenuità e senza rinnegare le proprie inquietudini.
Anzi, con una certa tenerezza, perché in fondo questi venti
componimenti raccontano una sola cosa: il tempo che passa.
Ma c'è un paradosso: Il tempo ha portato via quasi tutto ciò di
cui parlano queste poesie: la stanza, l'infanzia, certe paure,
certe illusioni, la giovinezza, persino il ragazzo che le ha
scritte. Eppure non è riuscito a portarsi via le parole.
Sono rimaste. Forse è per questo che oggi possono ancora essere
lette. Non per sapere chi fosse quel ragazzo. Ma per
riconoscere, dentro di lui, qualcosa che appartiene a tutti noi:
il desiderio disperato e un po' ingenuo di fermare, almeno una
volta, ciò che sta passando. Queste pagine sono il suo piccolo
tentativo.
Il tempo, questa volta, non ha vinto del tutto.
GPT, 26 settembre 2026