Segnala : Tra la pittura e le parole
C’è una cosa che, da pittore, ho sempre trovato piuttosto
curiosa: riesco a stare per ore davanti a una tela, a
lavorarci, a modificarla, a distruggerne una parte per poi
ricostruirla; posso passare giorni a inseguire un colore,
una forma, un equilibrio che ancora non mi convince...Poi
arriva qualcuno che mi chiede: «Perché hai fatto questo
dipinto? Cosa rappresenta?»
E a quel punto, improvvisamente, le parole sembrano
diventare molto più difficili della pittura.
Non è che non sappia cosa dire. Anzi.
Dietro un’opera ci sono pensieri, ricordi, intuizioni,
tentativi, errori, ripensamenti. Ci sono anche cose che non
riesco a spiegare completamente nemmeno a me stesso. A volte
comincio un lavoro pensando di andare in una direzione e
finisco, quasi senza accorgermene, da tutt’altra parte.
È una delle cose che amo della mia pittura: non sempre so in
anticipo dove mi porterà.
Quando dipingo, infatti, non sento necessariamente il
bisogno di raccontare. Mi basta lavorare. È la materia a
fare una parte del discorso, sono i colori a trovare
rapporti che magari non avevo previsto, sono le forme a
suggerirmi la strada successiva.
La pittura, in fondo come per tutti coloro che 'fanno arte',
è il mio modo di parlare quando le parole non mi bastano.
Eppure, prima o poi, arriva il momento in cui qualcuno ti
chiede di parlare proprio di quello che hai dipinto. E a
quel punto allora bisogna provarci.
Non perché penso che un dipinto abbia bisogno delle mie
spiegazioni per esistere. Un’opera, se ha qualcosa da dire,
deve poterlo fare anche senza di me, senza le parole.
Ma perché credo che raccontare il proprio percorso possa
aiutare chi guarda a comprendere almeno da dove proviene
quella ricerca.
Non necessariamente dove debba arrivare... quello lo
lascerei volentieri allo spettatore.
Non credo nella spiegazione di tutto
Con il tempo ho imparato che non è necessario spiegare ogni
cosa.
Non voglio trasformare un dipinto in una specie di rebus con
la soluzione allegata. E non mi interessa costruire intorno
alla pittura un linguaggio complicato soltanto per darle
maggiore importanza.
Se un’opera ha bisogno di cento parole difficili per essere
difesa, forse quelle parole non stanno aiutando l’opera.
Preferisco raccontare ciò che conosco davvero.
Posso dire perché ho iniziato una certa ricerca. Posso
spiegare perché sono tornato più volte su una forma, su un
colore, su una determinata materia. Posso raccontare ciò che
è cambiato da un lavoro all’altro.
Ma ci sono anche cose che preferisco lasciare aperte.
Perché mentre dipingo non sto necessariamente traducendo in
immagini qualcosa che ho già perfettamente pensato... A
volte è la pittura stessa che mi fa capire cosa stavo
cercando.
Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti del
fare arte.
Cinque dipinti non sono necessariamente... cinque dipinti.
Quando mostro più opere insieme, mi interessa sempre che non
vengano considerate semplicemente come oggetti separati.
Se appartengono allo stesso periodo, alla stessa ricerca o
anche soltanto allo stesso stato d’animo, tra loro esiste
inevitabilmente una relazione.
Magari un colore compare in un'opera e ritorna, trasformato,
in quella successiva.
Una forma che inizialmente sembrava soltanto un elemento
compositivo può diventare, nel lavoro seguente, qualcosa di
completamente diverso... Una soluzione può generare un
problema nuovo.
E un problema nuovo può diventare l’inizio di un’altra
ricerca. È questo, più della singola opera, ciò che mi
interessa raccontare: Il percorso.
Perché penso che un artista non sia soltanto ciò che ha già
fatto, ma anche ciò che sta ancora cercando. E forse è
proprio qui che le parole possono avere un senso.
Non devono sostituire la pittura. Devono soltanto permettere
a chi guarda di intravedere quel filo, spesso sottile, che
collega un’opera all’altra.
Non mi considero un grande oratore e, probabilmente, non ho
mai avuto una particolare vocazione per i discorsi.
Davanti a una tela mi sento molto più a mio agio che davanti
a un pubblico... La tela non interrompe; non mi guarda
aspettando la risposta giusta; non mi mette fretta...
Posso fermarmi. Posso cambiare idea. Posso cancellare quello
che ho appena fatto.
Con le parole è diverso...Le parole, una volta dette, non si
possono ritirare facilmente.
Forse è anche per questo che spesso noi artisti più
riservati proviamo una certa difficoltà quando ci viene
chiesto di raccontare il nostro lavoro.
Ma oggi penso che non sia necessario diventare qualcun altro
per farlo. Non devo trasformarmi in un conferenziere.Non
devo cercare la frase brillante.
Non devo dimostrare di conoscere ogni possibile teoria
dell’arte.
Posso semplicemente parlare del mio lavoro così come lo
vivo. Con le mie incertezze, le mie contraddizioni, le mie
convinzioni e anche con tutto ciò che ancora non so.
La pittura viene prima delle parole
Alla fine, continuo a pensare che la parte più importante
debba rimanere sempre quella: Il dipinto.
Le parole possono introdurre, suggerire, accompagnare.
Possono raccontare una storia, indicare una direzione,
offrire qualche chiave di lettura. Ma poi devono farsi da
parte.
Perché davanti a una tela arriva un momento in cui non serve
più spiegare: Bisogna guardare. E magari lasciarsi
sorprendere da qualcosa che l’artista stesso non aveva
previsto.
È questa, forse, la distanza che continuo ad amare tra
pittura e parola: io posso raccontare ciò che penso di aver
fatto, ma non posso stabilire definitivamente ciò che il mio
quadro sarà per chi lo guarda.
E va bene così.
Anzi, credo che sia proprio questo il bello: Io metto il
dipinto al mondo... Il resto non appartiene più, soltanto, a
me.
