"Queste mie elaborazioni grafiche (digitali) - che definisco
con un pizzico di presunzione 'prove d'autore' - hanno origine
da fotografie 'sceneggiate' in studio con bottiglie (di cui
alcune già utilizzate in altre occasioni) decorate in maniera
inusuale: Non ho usato smalti, questa volta, ma idropitture con
tonalità tenue... temperate, oserei dire.
L'effetto visivo - sia delle fotografie che delle elaborazioni -
risulta abbastanza (molto, dal mio punto di vista) gradevole,
piacevole... romantico. Oh, certo, qualcuno obietterà che questa
NON è ARTE. Ed io concordo.
Ma non convintamente... "Leonardo Basile
Ci sono artisti che sentono il
bisogno di dimostrare continuamente di fare arte e altri, più
curiosi, che preferiscono interrogare il confine stesso che
separa l’arte dalla semplice esperienza visiva. Le nuove
elaborazioni digitali di Leonardo Basile, significativamente
definite dall’autore “prove d’autore”, appartengono a questa
seconda categoria. E proprio quel pizzico di ironica presunzione
contenuto nella definizione rivela, in realtà, una
consapevolezza tutt’altro che ingenua.
Il punto di partenza è apparentemente semplice: alcune
bottiglie, vasi, brocche, contenitori di forme diverse,
fotografati in studio e trasformati attraverso una sapiente
costruzione scenografica. Ma già qui comincia il lavoro
dell’artista. Gli oggetti non sono semplicemente disposti
davanti all’obiettivo: vengono scelti, accostati, illuminati,
isolati, messi in relazione. La fotografia diventa così il primo
atto di una costruzione pittorica che, successivamente,
attraverso l’elaborazione digitale, si libera dalla necessità di
aderire al dato reale.
Le bottiglie di Basile non sono più soltanto bottiglie. Sono
forme, volumi, silhouettes, presenze.
In alcune immagini prevalgono atmosfere calde, quasi
crepuscolari, costruite attraverso bruni, ocra, verdi spenti e
rossi profondi. In altre la tavolozza si apre a tonalità più
delicate: rosa, crema, gialli pallidi, verdi teneri, azzurri
appena accennati. È proprio questa scelta cromatica a conferire
alle opere quella dimensione “temperata” alla quale Basile fa
riferimento: una pittura senza aggressività, che sembra voler
recuperare una dimensione intima, domestica, quasi affettiva.
Eppure, dietro questa apparente dolcezza, permane una tensione
formale molto interessante.
Le bottiglie vengono infatti trasformate in una sorta di
alfabeto della forma. Alcune sono essenziali e verticali, altre
panciute, altre ancora caratterizzate da colli lunghissimi,
manici, coperchi, scanalature e decorazioni. Accostate l’una
all’altra, producono una sorta di composizione musicale:
variazioni sul tema della curva, della verticalità, del ritmo,
della ripetizione. Nei gruppi più numerosi quasi scompare la
loro funzione originaria e rimane soltanto la loro identità
plastica.
È qui che queste immagini si allontanano decisamente dalla
natura morta tradizionale.
La natura morta, storicamente, ha utilizzato gli oggetti per
parlare del tempo, della caducità, della ricchezza, del
desiderio, della morte. Basile sembra invece utilizzare gli
oggetti per parlare soprattutto del linguaggio dell’immagine. Le
sue bottiglie non raccontano una storia: costruiscono uno
spazio.
La fotografia, allora, diventa soltanto il punto di partenza.
L’elaborazione digitale introduce una seconda materia, una
materia immateriale fatta di trasparenze, sovrapposizioni,
alterazioni cromatiche, morbidezze e incisioni della superficie.
In alcune opere la trama pittorica è particolarmente evidente:
pennellate, graffi, segni e velature sembrano depositarsi sulla
fotografia fino a renderne incerta la natura.
È fotografia? È pittura? È grafica?
La risposta, forse, è proprio nella domanda.
Basile dichiara con una certa ironia: “Qualcuno obietterà che
questa NON è ARTE. Ed io concordo. Ma non convintamente.” È una
frase che merita di essere presa sul serio. Perché dietro la
battuta c’è una questione centrale della contemporaneità: quando
un’immagine smette di essere semplice rappresentazione e diventa
esperienza estetica?
Se per arte intendiamo esclusivamente la materia tradizionale,
il pennello, la tela, il pigmento fisico, allora queste opere
possono certamente apparire come un esercizio laterale, quasi un
divertissement. Ma se consideriamo l’arte come processo di
trasformazione dello sguardo, allora la questione cambia
radicalmente.
Basile non si limita a fotografare degli oggetti. Li reinventa
visivamente.
E lo fa senza nascondere la natura artificiale dell’operazione.
Anzi, la mette in evidenza. Le sue “prove d’autore” sembrano
dirci che oggi l’artista può lavorare indifferentemente con il
pigmento, con la macchina fotografica o con il dispositivo
digitale, purché dietro l’immagine esista una scelta, una
sensibilità, una precisa volontà compositiva.
Particolarmente riuscite sono le composizioni in cui il numero
delle bottiglie aumenta fino a creare una vera e propria folla
silenziosa di forme. L’oggetto singolo perde la propria
individualità e diventa parte di un organismo cromatico più
ampio. Le bottiglie sembrano personaggi immobili di una scena
teatrale, ciascuna con il proprio carattere, la propria postura,
la propria voce muta.
Altrove, invece, Basile sceglie la sottrazione: una sola brocca,
una bottiglia isolata, pochi oggetti immersi nell'ombra. In
queste immagini emerge una dimensione più meditativa, quasi
metafisica. La luce accarezza i volumi e lascia che il silenzio
diventi parte integrante della composizione.
Ed è forse proprio il silenzio uno degli elementi più
interessanti di questa ricerca.
Le bottiglie sono oggetti quotidiani, ma nelle immagini di
Basile sembrano appartenere a un tempo sospeso. Non sappiamo da
dove provengano né a cosa servano. Non sono più utensili: sono
reperti di una memoria immaginaria. La loro familiarità si
trasforma lentamente in estraneità.
In questo senso, queste elaborazioni si collocano coerentemente
all’interno della ricerca di Leonardo Basile: una ricerca nella
quale la realtà viene continuamente sottoposta a processi di
scomposizione, ricomposizione e metamorfosi. Cambiano i
materiali e cambiano le tecniche, ma rimane costante il
desiderio di mettere in discussione la forma consueta delle
cose.
Le “Bottiglie” sono dunque molto più di una serie di esercizi
digitali.
Sono un laboratorio.
Un luogo nel quale fotografia, pittura, grafica e memoria visiva
si incontrano senza preoccuparsi troppo dei confini
disciplinari. E proprio per questo la definizione di “prova
d’autore” appare particolarmente felice: perché contiene insieme
l’idea dell’esperimento e quella della responsabilità autoriale.
Forse Basile ha ragione quando dice che queste immagini non sono
arte.
Ma ha ancora più ragione quando aggiunge: “non convintamente.”
Perché l’arte, spesso, comincia proprio lì: nel momento in cui
una certezza viene pronunciata con la consapevolezza di poter
essere immediatamente rimessa in discussione.
E davanti alle sue bottiglie, più che chiedersi se siano o non
siano arte, viene spontaneo chiedersi un’altra cosa:
quanto può ancora trasformarsi un oggetto prima di smettere di
essere un oggetto e diventare un’immagine?
È una domanda aperta. E, forse, è proprio questa la qualità più
interessante di queste “prove d’autore”.
Prof. Alesssandro Masi