Una chiesa prima di un paese
Prima che Santo Spirito diventasse un borgo marinaro, prima che le sue strade cominciassero a popolarsi di abitazioni e che lungo la costa sorgessero le ville della borghesia bitontina, esisteva già un piccolo edificio sacro, destinato a lasciare un'impronta indelebile nella storia e nell'identità di questo territorio: Era l'antica chiesa dedicata allo Spirito Santo, dalla quale l'odierna Santo Spirito avrebbe ereditato il nome.
Di quella costruzione, sopravvissuta per oltre cinque secoli e scomparsa nella prima metà dell'Ottocento, non rimane oggi alcuna testimonianza architettonica visibile. Eppure, attraverso documenti medievali, visite pastorali, testimonianze ottocentesche e antiche rappresentazioni cartografiche, è possibile ricomporre, almeno in parte, la sua lunga e travagliata vicenda. Una storia che affonda le radici nel Medioevo e che si conclude con un episodio di distruzione tanto controverso quanto doloroso.

Le prime testimonianze: Santo Spirito nel XIII secolo
La più antica testimonianza documentaria conosciuta risale all'età angioina, precisamente agli anni 1273-1274, durante il regno di Carlo I d'Angiò.
In un atto riguardante la delimitazione dei confini territoriali dell'Università di Bitonto con le terre confinanti, redatto nell'ambito dell'attività del giustiziere di Terra di Bari, Simone de Bellovidere, compare un riferimento di straordinario interesse.
Il documento, relativo a due lettere regie dell'8 maggio 1273 e del 28 novembre 1274, presentate da Palma de Paone, sindaco dell'Università di Bitonto, menziona infatti un castello situato presso il mare, denominato de Archiro, e lo colloca in prossimità della chiesa di Santo Spirito: «Item Castellum Quod Est In Mari Ubi Dicitur De Archiro (...) Quod Est Iuxta Ecclesiam Terrae Sancti Spiritus...».
l passo riveste un'importanza fondamentale. Esso dimostra che, nella seconda metà del Duecento, la chiesa di Santo Spirito era già un riferimento territoriale sufficientemente conosciuto da essere utilizzato nella descrizione dei confini.
Non sappiamo quando fosse stata edificata. La sua costruzione potrebbe precedere di alcuni decenni la testimonianza angioina, ma non disponiamo di elementi che consentano una datazione più precisa.
Il documento permette tuttavia di stabilire un punto fermo: nel XIII secolo la chiesa esisteva già e il suo nome identificava una precisa porzione del territorio costiero bitontino.
Il riferimento al castello de Archiro, inoltre, apre un interessante collegamento con la storia delle antiche strutture fortificate della costa. L'identificazione e l'esatta ubicazione di quel castello costituiscono un ulteriore tema di ricerca, strettamente connesso alla geografia medievale di Santo Spirito.

Un possibile legame con gli insediamenti monastici
Chi costruì quella chiesa? E perché proprio in quel luogo? Le fonti finora conosciute non offrono una risposta definitiva. Esiste, tuttavia, un'indicazione che consente di formulare un'ipotesi storicamente plausibile.
Nelle sue Cronache di Giovinazzo, il Lupis, riferendosi alla chiesa, scrive: «Santo Spirito in detta via de Bari in piedi grangia di S. Spirito di Napoli».
Il termine grangia merita particolare attenzione:  Nel Medioevo indicava generalmente un'azienda agricola dipendente da un monastero o da un'altra istituzione ecclesiastica. Non si trattava necessariamente di un convento vero e proprio, ma di un complesso destinato alla coltivazione dei terreni, alla conservazione dei raccolti e all'amministrazione delle proprietà fondiarie.
Le grange ebbero particolare diffusione nell'organizzazione economica dei monasteri cistercensi, che contribuirono in maniera significativa alla trasformazione agricola di numerosi territori europei.
La loro attività non era esclusivamente religiosa: i monaci, spesso affiancati da conversi e lavoratori laici, promuovevano il dissodamento dei terreni, la sistemazione delle campagne e la realizzazione di strutture produttive.
Non sarebbe quindi sorprendente che, lungo l'antica strada costiera tra Bari e Giovinazzo, esistesse un insediamento agricolo-religioso comprendente una piccola chiesa.
La testimonianza del Lupis sembra suggerire un rapporto con un'istituzione napoletana intitolata allo Spirito Santo. Occorre però distinguere le ipotesi dai fatti documentati: l'eventuale origine cistercense della chiesa, così come la sua dipendenza da un preciso complesso monastico di Napoli, non può essere considerata accertata.
La menzione della grangia costituisce comunque un indizio significativo, che meriterebbe ulteriori indagini negli archivi ecclesiastici e nei documenti relativi alle proprietà fondiarie medievali.
Qualunque fosse la sua origine, è ragionevole immaginare che la chiesa rappresentasse non soltanto un luogo di culto, ma anche un punto di riferimento per coloro che vivevano e lavoravano nelle campagne circostanti.
In un paesaggio ancora scarsamente abitato, fatto di coltivazioni, sentieri e terreni affacciati sull'Adriatico, quel piccolo edificio doveva costituire una presenza riconoscibile, forse anche per i viandanti che percorrevano l'antica strada litoranea.

Com'era fatta l'antica chiesa?
La scomparsa dell'edificio rende impossibile una ricostruzione architettonica certa. Fortunatamente, alcune testimonianze ottocentesche ne conservano un ricordo abbastanza dettagliato.
Lo storico De Simone, nella sua Storia di Bitonto, descrive una costruzione di stile gotico, realizzata esternamente in pietra lavorata fino alla volta.
L'altare maggiore era orientato verso levante, secondo una disposizione largamente diffusa nell'architettura religiosa medievale, nella quale l'Oriente assumeva un profondo significato simbolico, legato alla luce e alla Resurrezione.
Sulla volta era raffigurato ad affresco lo Spirito Santo, dipinto che, secondo lo stesso storico, andò perduto prima della demolizione dell'edificio.
Un'ulteriore testimonianza proviene da don Vito Antonio Vacca, uno dei primi parroci della moderna Santo Spirito. Nel 1896 egli raccolse il ricordo di don Francesco Santoro, un anziano originario di Noicattaro, che aveva conosciuto la chiesa quando questa era ormai ridotta in condizioni precarie. Santoro la ricordava come una costruzione di forma rotonda, caratterizzata da elementi architettonici gotici, con la porta d'ingresso rivolta a occidente. All'interno, sul lato opposto all'ingresso, si trovava un altare distaccato dalla parete di fondo. Le pareti erano decorate con antichi affreschi.
Queste informazioni ci restituiscono l'immagine di un edificio di dimensioni presumibilmente contenute, ma di una certa qualità architettonica e artistica.
Particolarmente interessante è il riferimento alla pianta rotonda. Se il ricordo del testimone fosse esatto, ci troveremmo davanti a una tipologia non comune per le piccole chiese rurali del territorio. Non possiamo però escludere che la definizione di forma rotonda indicasse un ambiente con terminazioni curve, un'abside particolarmente pronunciata o una configurazione percepita come circolare.
Anche la definizione di stile gotico, tramandata dagli osservatori ottocenteschi, richiederebbe prudenza: senza rilievi, disegni o resti murari, non è possibile stabilire quali elementi costruttivi giustificassero tale classificazione.
Resta il fatto che la chiesa custodiva un apparato decorativo ad affresco, elemento che ne accresce il valore storico e rende ancora più grave la perdita.
Quelle pitture avrebbero potuto raccontarci molto della cultura figurativa, della devozione e delle committenze artistiche di un territorio del quale conosciamo ancora troppo poco.

Dove sorgeva la chiesa?
La questione dell'ubicazione ha alimentato nel tempo interpretazioni differenti. Il Cerrotti, in una pubblicazione del 1891, avanzò l'ipotesi che la nuova chiesa di Santo Spirito, edificata nell'Ottocento, fosse sorta sulle rovine di quella medievale. Tale ricostruzione appare tuttavia poco convincente.
Il terreno destinato alla costruzione della nuova chiesa fu infatti acquistato il 10 febbraio 1843 da un proprietario privato bitontino, e nella documentazione relativa al trasferimento della proprietà non risultano riferimenti a ruderi o strutture appartenenti all'antico edificio religioso.
Più precise sono invece le indicazioni fornite dal De Simone e da don Vito Antonio Vacca. Secondo il De Simone, l'antica chiesa si trovava poco distante dalla villa appartenuta alla famiglia Frisicchio e successivamente passata ai Bucquicchio, nelle immediate vicinanze di una località denominata Macchia, dalla quale era separata da un piccolo muro.
Il Vacca conferma sostanzialmente questa collocazione, precisando che il sito ricadeva nel fondo già appartenuto ai Frisicchio e successivamente agli eredi Bucquicchio, a breve distanza, verso sud-est, dalla nuova casina di Michele Santoro e in direzione di un vecchio casolare.
A sostegno di queste testimonianze vengono ricordati alcuni ruderi e il ritrovamento di ossa umane nel sottosuolo. La presenza di resti ossei potrebbe suggerire l'esistenza di sepolture nelle vicinanze dell'edificio sacro, una circostanza non insolita per le chiese antiche. Tuttavia, in assenza di documentazione archeologica, non è possibile attribuire con certezza quei ritrovamenti a un'area cimiteriale.
Un ulteriore elemento è costituito da una mappa del territorio bitontino, risalente agli inizi del XIX secolo e conservata presso la Biblioteca Comunale Eustachio Rogadeo di Bitonto.
Nella rappresentazione compare, lungo la direttrice verso Giovinazzo e a monte della strada per Bari, il simbolo di un edificio religioso accompagnato dalla scritta: «Chiesa di S. Spirito».
La carta, pur avendo carattere schematico e non essendo utilizzabile come una moderna planimetria, conferma l'esistenza di un riferimento topografico coerente con le descrizioni degli studiosi ottocenteschi.
L'insieme delle testimonianze permette dunque di collocare l'antica chiesa nell'entroterra immediatamente prossimo alla costa, in un'area distinta da quella occupata dall'attuale edificio parrocchiale.
Per individuare con maggiore precisione il sito sarebbe necessario confrontare la cartografia storica con le antiche particelle catastali, i passaggi di proprietà dei fondi Frisicchio-Bucquicchio e l'assetto urbanistico odierno.

Una chiesa tra devozione e incuria
Dopo le testimonianze medievali, la storia della chiesa emerge nuovamente attraverso le fonti ecclesiastiche dell'età moderna.
Nel 1550 risulta rettore don Angelo Antonio Barisano.
Un documento particolarmente significativo è datato 26 marzo 1572, quando il vescovo di Bitonto, Cornelio Musso, dispose che la chiesa di Santo Spirito, situata vicino al mare, fosse chiusa a chiave, ripulita e destinata alla celebrazione della Messa nei giorni festivi.
Il presule stabilì inoltre che le celebrazioni avessero inizio dalla successiva Domenica delle Palme e che le relative spese fossero sostenute dal rettore, incaricato anche di individuare un sacerdote celebrante.
L'ordine rivela che, nel Cinquecento, la chiesa conservava una funzione religiosa riconosciuta, pur necessitando di interventi di manutenzione e di una più regolare organizzazione del culto.
Quasi un secolo dopo, il 9 maggio 1659, il vescovo Alessandro Crescenzo effettuò una visita pastorale, riscontrando diverse carenze. Ordinò il rifacimento della copertura, per impedire infiltrazioni d'acqua, la sistemazione del pavimento, la realizzazione di uno sgabello e il restauro delle immagini dipinte sulle pareti. Dispose inoltre che fossero riparate le lesioni murarie, che la chiesa fosse mantenuta pulita e che venissero rispettati gli obblighi relativi alle celebrazioni.
Un particolare curioso riguarda la custodia delle chiavi, che dovevano essere affidate al caporale della Torre Maggiore, una struttura fortificata del territorio costiero. Questa disposizione suggerisce un rapporto concreto tra l'edificio religioso e il sistema di presidio della costa. Non dimostra, naturalmente, una dipendenza militare della chiesa, ma testimonia l'esistenza di relazioni pratiche tra le istituzioni presenti sul territorio.

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Antica Chiesa Medievale

 Questa immagine è una ricostruzione evocativa, elaborata da ChatGPT (IA) considerando i pochi elementi disponibili e per giunta non accertati.