Gli interventi prescritti sembrano essere stati eseguiti.
Il 29 ottobre 1674, infatti, il vescovo Tommaso Acquaviva, durante una successiva visita, espresse apprezzamento al rettore don Giovanni Antonio Conversano per l'ottimo stato di conservazione della chiesa.
È una delle poche notizie positive che emergono dalla sua lunga storia.
Per un certo periodo, dunque, l'edificio dovette recuperare decoro e funzionalità, continuando a rappresentare un punto di riferimento religioso per la popolazione sparsa nelle campagne e lungo il litorale.

Il Settecento e l'inizio della decadenza
Nel 1730 la chiesa di Santo Spirito risulta compresa tra i benefici ecclesiastici di don Giovanni De Lerma, arcivescovo di Manfredonia. Proprio in questo periodo le fonti restituiscono un quadro di grave abbandono.
Durante una visita pastorale, il vescovo trovò l'edificio aperto, fatiscente e privo delle necessarie suppellettili liturgiche. L'altare era completamente spoglio; le strutture murarie apparivano deteriorate e la chiesa non sembrava più garantire condizioni dignitose per lo svolgimento delle funzioni religiose. Il presule intervenne con disposizioni particolarmente severe: Ordinò che, entro due mesi, fossero eseguite tutte le riparazioni necessarie, ripristinati gli accessi e sistemato l'altare. Prescrisse inoltre che il quadro raffigurante lo Spirito Santo fosse pulito e nuovamente collocato al suo posto.
Quest'ultimo particolare è interessante perché introduce un elemento distinto dagli affreschi descritti dalle testimonianze ottocentesche: la presenza di un'immagine mobile, verosimilmente un dipinto, dedicata al titolare della chiesa.
In attesa dell'esecuzione dei lavori, il vescovo dispose l'interdizione dell'edificio al culto.
I redditi del beneficio ecclesiastico vennero vincolati al finanziamento degli interventi, con disposizioni accompagnate da severe sanzioni canoniche.
La durezza del provvedimento lascia intuire quanto la situazione fosse diventata critica.
La chiesa, pur continuando a possedere una propria identità giuridica e religiosa, sembrava ormai avviata verso un progressivo declino.
Non è dato di sapere se tutte le prescrizioni siano state effettivamente rispettate. Le testimonianze successive, tuttavia, descrivono un edificio che, nei primi decenni dell'Ottocento, era ormai ridotto quasi a un rudere.

La demolizione: la fine di una storia secolare
È probabilmente il capitolo più amaro dell'intera vicenda. Tra il 1832 e il 1835, secondo la ricostruzione tramandata dalle fonti locali, l'antica chiesa di Santo Spirito venne completamente demolita.
Non fu dunque soltanto il lento deterioramento provocato dal tempo a determinarne la scomparsa: all'abbandono si aggiunse una precisa iniziativa umana.
Il terreno sul quale sorgeva l'edificio apparteneva a Sergio Frisicchio, proprietario anche di una villa nelle immediate vicinanze.
Secondo il racconto riportato dalla storiografia locale, il proprietario mal sopportava la presenza della chiesa abbandonata, diventata un rifugio per i ragazzi del piccolo insediamento costiero.
Quei giovani, approfittando delle condizioni dell'edificio, vi si ritrovavano per giocare e, talvolta, da lì si spingevano nei vicini terreni coltivati, compreso il frutteto di proprietà dello stesso Frisicchio.
La soluzione adottata sarebbe stata drastica: eliminare il vecchio edificio per impedire che continuasse a essere utilizzato come luogo di ritrovo.
La narrazione tradizionale attribuisce inoltre a Frisicchio un intervento corruttivo nei confronti del vicario capitolare, l'arcidiacono don Carlo Romanelli, che non si sarebbe opposto alla demolizione.
Si tratta di un'accusa grave, che deve essere riportata come testimonianza delle fonti storiche e non come circostanza definitivamente accertata, in mancanza di riscontri documentari indipendenti.

Altrettanto significativa è la notizia riferita dal De Simone secondo cui la chiesa sarebbe stata abbattuta appena cinque giorni prima dell'arrivo di un decreto del Governo di Napoli che ne autorizzava il restauro, precedentemente richiesto.
Se confermata, questa circostanza renderebbe la vicenda ancora più paradossale: proprio mentre si tentava di salvare l'antico edificio, la sua distruzione veniva portata a compimento.
Le due notizie — quella relativa alle responsabilità della demolizione e quella riguardante il decreto di restauro — meriterebbero una verifica negli archivi amministrativi ed ecclesiastici del tempo.
Ciò che appare certo, nella ricostruzione tramandata, è che la comunità perse un edificio religioso di origine medievale, insieme a un patrimonio di architetture, affreschi e memorie ormai irrimediabilmente scomparso.

La dispersione delle pietre e la cancellazione delle tracce
La demolizione non rappresentò l'ultimo atto della vicenda. Secondo le testimonianze raccolte dagli studiosi locali, dopo la morte di Sergio Frisicchio il figlio avrebbe ceduto i materiali provenienti dall'antica chiesa a un certo Francesco Di Bello, di Bitonto.
Le pietre dell'edificio, dunque, furono disperse. Non sappiamo dove siano finite, né se siano state riutilizzate in altre costruzioni, come frequentemente accadeva in passato con i materiali recuperati dagli edifici demoliti.
Intorno al 1840, il vescovo di Bitonto, monsignor Nicola Marone, avrebbe promosso alcune indagini per individuare l'esatta posizione dell'antica chiesa. L'iniziativa, però, non produsse risultati concreti.
Secondo il racconto tramandato, il proprietario del terreno, venuto a conoscenza delle intenzioni del vescovo, avrebbe fatto rimuovere gli ultimi resti che potevano consentire l'identificazione del sito.
Anche questo episodio deve essere considerato con la necessaria cautela documentaria. Resta, comunque, un dato significativo: a pochi anni dalla demolizione, la localizzazione precisa della chiesa era già diventata problematica.
Il trascorrere del tempo, le trasformazioni delle proprietà e i successivi mutamenti del territorio avrebbero reso ancora più difficile riconoscere il luogo nel quale l'edificio era sorto.

Dall'antica chiesa alla nuova comunità parrocchiale
La scomparsa della chiesa medievale non cancellò il nome che essa aveva consegnato al territorio. Anzi, proprio nel corso dell'Ottocento, mentre il piccolo insediamento costiero cominciava a consolidarsi, maturò l'esigenza di dotare la popolazione di un nuovo edificio religioso. Il 10 febbraio 1843 venne acquistato il terreno destinato alla costruzione della nuova chiesa, edificata nel 1852.
Tra i due edifici esiste dunque una continuità ideale e religiosa, ma non necessariamente una continuità materiale o topografica.
La nuova chiesa non sorse, per quanto emerge dalla documentazione citata, sul medesimo luogo occupato da quella medievale. Essa rappresentò piuttosto una nuova fase della vita religiosa della comunità.
È una distinzione importante. La storia dell'antica chiesa di Santo Spirito appartiene infatti a un'epoca nella quale il territorio costiero era ancora profondamente legato alla campagna, alle proprietà ecclesiastiche, alle vie di comunicazione e ai sistemi di difesa litoranea.
La storia della nuova chiesa si inserisce invece nel processo di crescita dell'abitato moderno, destinato a trasformarsi progressivamente nel paese che conosciamo. A unire queste due vicende, attraverso i secoli, rimane la stessa dedicazione allo Spirito Santo.

Un monumento scomparso, una memoria da custodire
Oggi dell'antica chiesa non possiamo ammirare le pietre lavorate, le forme gotiche ricordate dai testimoni o gli affreschi che ne decoravano le pareti. Non possiamo conoscere il volto dello Spirito Santo dipinto sulla volta, né stabilire con certezza quale fosse l'effettiva configurazione architettonica dell'edificio. Possiamo, però, riconoscerne l'importanza: Per secoli quella chiesa fu una presenza stabile in un territorio che cambiava lentamente. Attraversò dominazioni, trasformazioni economiche, mutamenti ecclesiastici e vicende locali. Conobbe periodi di cura e devozione, ma anche lunghi anni di incuria.
Alla fine scomparve, lasciando dietro di sé pochi documenti, alcune testimonianze e un nome. Un nome che, paradossalmente, si è dimostrato più resistente delle sue mura. Perché mentre la chiesa veniva cancellata dal paesaggio, Santo Spirito continuava a vivere nella denominazione del luogo, fino a diventare il nome dell'intera comunità. Ed è forse proprio questo l'aspetto più suggestivo della vicenda: un edificio che non esiste più da quasi due secoli continua, inconsapevolmente, a essere ricordato ogni volta che pronunciamo il nome del nostro paese.
La sua storia ci ricorda anche quanto fragile possa essere il patrimonio culturale quando viene abbandonato all'incuria, agli interessi privati o alla semplice indifferenza.
Non sappiamo se un giorno nuove ricerche archivistiche o archeologiche riusciranno a restituirci ulteriori informazioni su quella chiesa perduta. Ma una cosa possiamo ancora fare: sottrarla all'oblio. Perché un monumento può essere distrutto due volte: la prima quando vengono abbattute le sue pietre, la seconda quando se ne perde anche la memoria. E questa seconda distruzione, fortunatamente, siamo ancora in tempo a impedirla.
 

 

La ricostruzione ha inizio nella precedente pagina >>>>>>
 

Antica Chiesa Medievale

Questa immagine è una ricostruzione evocativa, elaborata da ChatGPT (IA) considerando i pochi elementi disponibili e per giunta non accertati.