La chiesa parrocchiale di Santo Spirito: storia di una comunità e del suo luogo simbolo. [1]

Dalle origini della marina di Bitonto alla nascita di un simbolo della comunità santospiritese
La storia della chiesa parrocchiale di Santo Spirito è strettamente legata alla crescita dell'antica marina di Bitonto, un insediamento affacciato sull'Adriatico nel quale, per lungo tempo, la vita quotidiana si svolse intorno al mare, alle attività agricole e alle residenze estive delle famiglie più agiate. Per pescatori, contadini e abitanti del borgo, la possibilità di partecipare alle funzioni religiose e di ricevere i sacramenti rappresentava un'esigenza concreta, resa ancora più urgente dall'aumento della popolazione e dalla distanza dai centri religiosi vicini.
La costruzione della chiesa, tuttavia, non fu un'impresa semplice né immediata. Prima di vedere sorgere l'edificio che avrebbe dato alla comunità un proprio centro religioso, dovettero trascorrere anni di richieste, promesse, difficoltà economiche e controversie. La sua vicenda attraversa quasi tutto l'Ottocento e i primi anni del Novecento, restituendoci un'immagine vivace della società santospiritese, delle sue aspirazioni e delle sue contraddizioni.

Una chiesa perduta e la necessità di ricominciare
La presenza di un antico luogo di culto dedicato allo Spirito Santo è attestata dalle testimonianze storiche relative al territorio. La chiesetta, situata su un terreno appartenuto alla famiglia Frisicchio, poi passato ai Buquicchio e successivamente ai Ferrara, costituiva un riferimento religioso per la popolazione della marina.
La sua storia è ricostruibile anche attraverso le visite pastorali. Intorno al 1730, durante una visita episcopale, la chiesa venne descritta come aperta e abbandonata; fu quindi ordinato di provvedere alla sua sistemazione e di ripulire il quadro raffigurante lo Spirito Santo, affinché fosse nuovamente collocato nella sua sede.
Nonostante questi richiami, le condizioni dell'edificio continuarono a peggiorare. La chiesetta venne demolita intorno al 1830, in un periodo che le ricostruzioni storiche collocano più precisamente tra il 1832 e il 1835. La demolizione, effettuata dal proprietario del terreno con l'accordo del vicario capitolare, privò il borgo del suo più antico riferimento religioso.
La tradizione popolare tramanda anche episodi drammatici legati a quell'abbattimento. Si raccontava che, nel giorno della demolizione, tre scosse di terremoto avessero spaventato gli operai, inducendoli alla fuga. Di un lavorante, identificato come Franco Scolozzi, si diceva che avesse perso le scarpe mentre scappava; altre versioni sostenevano che fosse morto in seguito all'accaduto. Anche chi si occupò di trasportare i materiali di risulta, secondo la memoria locale, avrebbe trascorso il resto della vita tra malattie e miseria. Si tratta di racconti tramandati dalla comunità, da distinguere dai fatti attestati attraverso la documentazione.
La perdita della chiesetta rese ancora più evidente la necessità di costruire un nuovo edificio, adeguato alle esigenze di una popolazione in crescita.

Il primo progetto: la richiesta del 1827
Un primo tentativo concreto di risolvere il problema risale al 25 maggio 1827. In quella data il vescovo di Ruvo e Bitonto, monsignor Giovanni Maria Manieri, si rivolse all'Intendente della Provincia di Terra di Bari affinché intervenisse presso il Ministero degli Affari ecclesiastici per favorire la costituzione di una parrocchia a Santo Spirito.
Le motivazioni erano chiare: il borgo si stava espandendo, gli abitanti erano aumentati e raggiungere Bitonto, distante circa quattro miglia, oppure Palese, a circa un miglio, risultava particolarmente difficoltoso. Le condizioni meteorologiche avverse, soprattutto durante la stagione invernale, potevano rendere quasi impossibile ricevere tempestivamente i sacramenti, specialmente per i pescatori e i contadini.
Le cappelle private presenti nelle ville della zona non erano sufficienti a soddisfare le necessità dell'intera popolazione. Le celebrazioni occasionali e la presenza estiva di sacerdoti provenienti da Bitonto offrivano soltanto un'assistenza religiosa discontinua.
Il vescovo Manieri prese in considerazione due possibilità: utilizzare provvisoriamente una delle cappelle private più ampie oppure recuperare e ampliare la vecchia chiesetta ormai in rovina. Il progetto non ebbe seguito, anche perché le condizioni dell'antico edificio non consentivano una soluzione agevole.
Nel frattempo, la questione delle risorse economiche si intrecciava con quella della disponibilità di un terreno e di rendite sufficienti a sostenere la futura parrocchia. Si pensò di utilizzare le entrate provenienti da diversi benefici ecclesiastici del territorio bitontino, tra cui quello intitolato a Santo Spirito a mare. Le rendite, secondo la ricostruzione di Vito Lozito, ammontavano complessivamente a circa 38,76 ducati annui, al netto delle spese e degli oneri.

Il vescovo Nicola Marone e la scelta del nuovo sito
La svolta arrivò con l'interessamento di monsignor Nicola Marone, succeduto al Manieri alla guida della diocesi di Ruvo e Bitonto. Attorno al 1833 si riaprì concretamente la prospettiva di costruire una nuova chiesa, sostenuta anche dagli organismi ecclesiastici e dalle autorità competenti.
Il 17 aprile 1833 venne riconosciuta a livello ministeriale la volontà di istituire una parrocchia a Santo Spirito. Per individuare il luogo più adatto fu costituita una commissione diocesana della quale facevano parte il canonico teologo Domenico Martucci, provicario generale del vescovo, i canonici Michelangelo De Marinis e Francesco Panisco e Giambattista Traversa, regio procuratore.
In un primo momento si cercò di individuare il sito dell'antica chiesa, ma le ricerche non portarono a una soluzione praticabile. Si decise quindi di costruire il nuovo edificio in un'altra area, destinata a diventare un punto centrale del paese.
Il terreno prescelto era conosciuto come la Tufara, una zona depressa del suolo tufaceo situata nei pressi della marina, tra la strada che conduceva verso Giovinazzo e le vie di collegamento con il borgo. La sua posizione avrebbe dovuto favorire l'accesso dei fedeli e accompagnare lo sviluppo dell'abitato.
La documentazione ufficiale richiamava la centralità e l'utilità del luogo; Vito Lozito, tuttavia, propone un'interpretazione più concreta: La scelta sarebbe stata determinata anche dalla convenienza economica, perché si trattava di un terreno ancora incolto, interessato dall'estrazione del tufo e privo di miglioramenti tali da renderlo particolarmente costoso.
L'area apparteneva agli eredi di Teodoro Saracino, che la commissione diocesana acquistò per 43 ducati, detraendo 13 ducati corrispondenti al capitale del canone annuo dovuto al Comune di Bitonto. Il terreno comprendeva 25 ordini, equivalenti a circa 25,25 are, ed era gravato da diritti e obblighi di natura enfiteutica.
Il rogito relativo all'acquisto venne stipulato il 10 febbraio 1843 dal notaio De Marinis. Si era finalmente individuato il luogo sul quale sarebbe sorta la nuova chiesa.

Il 17 aprile 1843: la posa della prima pietra
La costruzione fu affidata inizialmente al maestro muratore Vito Antonio Scivicchio di Bari, sulla base del progetto elaborato dal giovane Angelo Michele Calia, studente di architettura originario di Bitonto.
Il contratto per l'esecuzione dei lavori venne sottoscritto il 27 marzo 1843. Poche settimane dopo, il 17 aprile, si svolse la cerimonia della posa della prima pietra, presieduta dal vescovo Nicola Marone alla presenza dei fedeli, del clero, delle autorità comunali e di numerosi cittadini bitontini.
Era un momento importante per la comunità: dopo anni di richieste, la costruzione della chiesa diventava finalmente una realtà.
L'inizio dei lavori, però, non coincise con un percorso agevole. Le risorse finanziarie erano limitate e l'impresa dello Scivicchio incontrò difficoltà crescenti. Secondo le testimonianze riportate dagli storici, la scarsità dei mezzi indusse a risparmiare sui materiali e sulle lavorazioni, con conseguenze negative sulla solidità dell'edificio. Il costruttore, trovandosi in difficoltà economiche, rinunciò all'incarico prima del completamento dell'opera.
Fu allora coinvolto Luigi Castellucci, architetto bitontino destinato a distinguersi tra i maggiori professionisti dell'architettura meridionale dell'Ottocento. Con un nuovo atto del 26 aprile 1846 vennero ridefiniti i rapporti per la prosecuzione dei lavori, affidati ai muratori Giovanni ed Emanuele Sannicandro di Bitonto, sotto la direzione del Castellucci.
La costruzione procedette quindi attraverso una seconda fase, segnata dal tentativo di portare a termine il progetto nonostante i problemi economici e le difficoltà tecniche.
Un episodio curioso appartiene proprio a quegli anni: Nel 1846 una grave siccità colpì il territorio, tanto che l'acqua scarseggiava anche a Bitonto e doveva essere trasportata dalle fontane delle Matine. Una testimonianza dell'epoca ricorda l'esistenza di due fonti d'acqua nei pressi della nuova chiesa, allora in costruzione. Un dettaglio che restituisce il paesaggio di una Santo Spirito ancora rurale, dove la vita quotidiana era legata non soltanto al mare, ma anche alla disponibilità delle risorse più elementari.

Il 1852: la chiesa apre al culto
Dopo quasi dieci anni dalla posa della prima pietra, la nuova chiesa poté finalmente essere benedetta. La cerimonia si svolse il 7 novembre 1852 e fu presieduta dal vicario episcopale Martucci Zecca, con la partecipazione di don Nicola Maiorano, secondo quanto riportano le ricostruzioni storiche.
L'edificio era dedicato allo Spirito Santo e presentava una pianta a croce greca. Il suo prospetto era rivolto verso mezzogiorno, mentre l'altare maggiore si trovava nella parte opposta all'ingresso, distanziata dal mare.
L'altare maggiore, realizzato in pietra levigata, era stato finanziato da Francesco Frisicchio, figlio di Sergio, appartenente alla famiglia associata alla demolizione della precedente chiesetta. Una lapide ricordava il contributo del donatore con la dicitura Francesco Frisicchio bitontino del proprio MDCCCLII. Michele De Santis ("Santo Spirito - note storiche", 1977) ipotizza che il gesto potesse rappresentare una sorta di riparazione morale per la distruzione dell'antico luogo di culto; è un'interpretazione suggestiva, ma non dimostrabile con certezza.
La chiesa cominciò così ad arricchirsi grazie alla generosità di benefattori privati. Gaetano Favia donò l'altare dedicato alla Madonna Addolorata, mentre il vescovo Vincenzo Materozzi fece realizzare a proprie spese un terzo altare, consacrato il 3 febbraio 1876 e dedicato all'Immacolata e a san Vincenzo Ferreri.
Sopra la porta d'ingresso si trovava una cantoria con un piccolo organo, donato da Luigi Sylos. All'esterno, il campanile fu costruito a spese di Giovanbattista Traversa, che riuscì a ottenere dal re Ferdinando II di Borbone una campana di sei quintali, tradizionalmente descritta come fusa con bronzo proveniente da cannoni. Sulla campana erano effigiati il sovrano e la consorte Maria Cristina di Savoia.
Anche il prospetto contribuiva a dare dignità al nuovo edificio: davanti alla facciata si estendeva uno spazio aperto, abbellito da alberelli disposti in quattro file. Ai lati dell'ingresso erano collocate due statue lignee raffiguranti san Sabino e san Donato, quest'ultimo venerato come secondo protettore di Santo Spirito. Nel 1894 le statue risultavano già trasferite nella sacrestia.
La chiesa divenne inoltre custode di un dipinto raffigurante la Discesa dello Spirito Santo sulla Beatissima Vergine e sugli Apostoli, recante la dedica latina Spiritui Sancto Paracleto Caesar Crisullus Dicavit e datato 1585. Secondo Gaetano Valente, la tela proveniva dalla Cattedrale di Bitonto, dove era stata collocata nella cappella dedicata allo Spirito Santo, successivamente sottratta al culto e adibita ad arsenale.
Non è possibile stabilire con assoluta certezza se questa fosse la stessa opera menzionata nelle visite pastorali del Settecento. Gli inventari della parrocchia, tuttavia, attestano la presenza di un «quadro vecchio dello Spirito Santo» sia nel 1894 sia nel 1913. La tela costituisce quindi una testimonianza significativa della continuità del culto e della storia religiosa del territorio. (segue >>>)



Fonti

- Vito Lozito, Santo Spirito. Storia di un centro costiero in Terra di Bari, Levante, Bari, 1994.
- Michele De Santis,Santo Spirito (note storiche), Bari, 1977