La chiesa parrocchiale di Santo Spirito: storia di una comunità e del suo luogo simbolo [2]

(precede)


Il 1854: nasce ufficialmente la parrocchia
La benedizione della chiesa non coincise immediatamente con la sua piena autonomia ecclesiastica. Il passaggio decisivo si verificò il 1º febbraio 1854, quando il vescovo Vincenzo Materozzi eresse l'edificio a parrocchia, rendendolo indipendente dalla Cattedrale di Bitonto e dalla parrocchia di Sant'Egidio.
Il primo economo curato fu don Nicola Maiorano, già mansionario della Cattedrale. Nel 1855 gli succedette don Vincenzo Pellegrini, proveniente da Ruvo di Puglia, che lasciò il borgo nel 1858. Per un breve periodo la parrocchia fu retta da don Francesco Villani, seguito da don Pasquale Tempesta, già frate, che rimase in carica fino alla fine del 1872.
Il 28 gennaio 1873 venne nominato primo parroco titolare don Diego De Lerma, che prese possesso dell'incarico nello stesso giorno. La distinzione tra l'erezione della parrocchia nel 1854 e la nomina del primo parroco titolare nel 1873 è importante: si tratta di due momenti diversi della storia istituzionale della comunità.
Don De Lerma si impegnò non soltanto nell'attività religiosa, ma anche nell'istruzione. Ottenuto il consenso delle autorità comunali e scolastiche, insegnò per alcuni anni nella scuola elementare del borgo, rinunciando poi all'incarico perché gli impegni pastorali non gli consentivano di dedicarsi adeguatamente a entrambe le attività.
Durante il suo ministero venne introdotta anche la Via Crucis, il 3 dicembre 1874, con le relative indulgenze. Nel 1876 fu consacrato il terzo altare, dedicato all'Immacolata e a san Vincenzo Ferreri, segno dell'arricchimento progressivo dell'edificio e delle pratiche devozionali della comunità.
La crescita della popolazione rese necessario aumentare le celebrazioni domenicali. Le risorse economiche della parrocchia, tuttavia, erano insufficienti a garantire stabilmente una seconda Messa. Si offrì allora gratuitamente don Vito Antonio Vacca, sacerdote bitontino che celebrava nelle prime ore del mattino, prima dell'alba, per consentire ai marinai di partecipare alla funzione prima di recarsi al lavoro.
La chiesa era ormai diventata un punto di riferimento essenziale per la vita del paese, ma le sue condizioni strutturali avrebbero presto imposto una nuova e difficile prova.

Don Diego De Lerma e don Vito Antonio Vacca: la comunità si organizza
Il 21 giugno 1894 don Diego De Lerma morì dopo una grave malattia, lasciando un ricordo significativo nella popolazione. Nei due anni successivi la parrocchia venne amministrata da diversi sacerdoti provenienti da Bitonto, fino alla nomina, il 9 agosto 1896, di don Vito Antonio Vacca, che divenne il secondo parroco titolare di Santo Spirito.
Il ministero di don Vacca si svolse in un periodo complesso, nel quale si intrecciavano questioni religiose, esigenze sociali e controversie economiche. Il sacerdote si adoperò per riorganizzare la vita parrocchiale e favorire la partecipazione dei fedeli alle attività della comunità.
Tra i suoi interventi più importanti vi fu il riconoscimento della Congregazione di San Giuseppe, una questione che si trascinava da tempo. Molti dei suoi aderenti provenivano da una società operaia di mutuo soccorso, nata nel 1882 con finalità di assistenza ai bisognosi attraverso medici, medicinali e aiuti economici. Dopo contrasti interni, alcuni membri avevano scelto di dare vita a un'associazione di carattere religioso.
Don Vacca cercò una soluzione che consentisse alla nuova congregazione di convivere con quella già esistente dell'Immacolata. Il 10 giugno 1897 la Congregazione di San Giuseppe ottenne finalmente il riconoscimento episcopale. Tra i suoi obiettivi figuravano la formazione morale e intellettuale dei giovani, il culto religioso e il suffragio per i defunti.
Il parroco intervenne anche per organizzare meglio l'accompagnamento del Santissimo Viatico agli infermi, affidandolo a una compagnia composta da sei confratelli, tre appartenenti alla congregazione dell'Immacolata e tre a quella di San Giuseppe.
Dietro queste iniziative si intravede una comunità che cercava di organizzarsi non soltanto attorno alle celebrazioni religiose, ma anche attraverso forme di solidarietà e assistenza. La parrocchia svolgeva ormai una funzione sociale che andava ben oltre le mura dell'edificio.

La crisi del 1897: quando la chiesa diventa pericolosa
Proprio mentre la vita parrocchiale sembrava consolidarsi, riemersero le conseguenze dei problemi costruttivi della prima metà del secolo.
Nel maggio 1897 le lesioni presenti nei muri della chiesa, soprattutto nelle parti esposte a levante e in quelle opposte, si aggravarono al punto da mettere in pericolo l'incolumità dei fedeli. Don Vacca informò le autorità competenti e il prefetto di Bari, che coinvolse il Comune di Bitonto.
L'ingegnere municipale Giuseppe Masotino effettuò un sopralluogo e giudicò l'edificio pericolante. La chiesa venne quindi chiusa al culto, inizialmente in via precauzionale e poi definitivamente, nei primi giorni di luglio del 1897.
La decisione provocò notevoli disagi. Le funzioni furono trasferite in un locale della scuola elementare, uno spazio troppo angusto per accogliere la popolazione, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. La chiusura suscitò malcontento e proteste, rivolte contro il Comune, il Governo e persino contro il parroco, accusato ingiustamente da alcuni abitanti di essere responsabile della situazione.
Don Vacca, in realtà, era tra coloro che maggiormente soffrivano per l'impossibilità di svolgere regolarmente il proprio ministero.
La questione si trasformò rapidamente in un problema amministrativo e finanziario. Il Comune di Bitonto, la Provincia e il Ministero del Culto furono coinvolti nella ricerca dei fondi necessari. Venne interessato anche il Comune di Giovinazzo, per la piccola frazione di Santo Spiriticchio. Le responsabilità di spesa, tuttavia, non furono definite rapidamente e i lavori rimasero bloccati.
Nel febbraio 1898 don Vacca si presentò dal prefetto insieme ad alcuni rappresentanti della comunità, tra i quali Giacinto Giannone, Francesco Favia e Nicola Moretti. Un nuovo sopralluogo, eseguito dall'ingegnere del Genio Civile Selvaggio insieme a Masotino, confermò la necessità di un intervento, stimato in 7.800 lire.
Anche questa volta, però, gli accordi finanziari tra le amministrazioni e gli organismi ecclesiastici non produssero risultati immediati. Le difficoltà continuarono per mesi, mentre la popolazione era costretta a servirsi della sistemazione provvisoria.
Nel 1899 il vescovo Pasquale Berardi visitò personalmente i locali utilizzati per il culto e li giudicò inadeguati, sollecitando il Comune a provvedere al restauro. Soltanto allora la situazione cominciò a sbloccarsi.
Il 15 ottobre 1900: la riapertura e il ritorno delle statue
Dopo oltre tre anni di disagi, la chiesa restaurata venne finalmente riaperta al culto. La benedizione, celebrata dal vicario monsignor Valente, ebbe luogo il 15 ottobre 1900, secondo la data riportata da Michele De Santis e dalla corrispondenza di don Vacca.
La riapertura fu accompagnata da una partecipazione popolare significativa. Nelle lettere inviate al vescovo, il parroco descrisse con soddisfazione il risultato dei lavori, sottolineando la semplicità e la bellezza dell'edificio recuperato.
La restituzione della chiesa alla comunità fu anche un momento di recupero delle immagini sacre che, durante la chiusura, erano state custodite presso alcune abitazioni private. In una processione vennero riportate la statua della Madonna Addolorata, conservata nella dimora del cavaliere Emanuele Sylos-Labini, e quella di Cristo morto, custodita nella casa del dottor Michele Stellacci.
Nei giorni successivi tornarono in chiesa anche la statua dell'Immacolata, proveniente dalla cappella della famiglia Cioffrese, e quella di San Giuseppe, custodita presso la famiglia Favia.
Il ritorno delle statue aveva un significato che andava oltre il semplice ripristino degli arredi sacri: rappresentava la ricomposizione di una comunità che, per anni, era stata privata del suo principale luogo di culto.
Don Vacca propose inoltre di ricordare il restauro con una lapide commemorativa, che avrebbe dovuto riportare i nomi delle autorità civili ed ecclesiastiche responsabili dell'opera.
Il sacerdote morì il 9 ottobre 1901, dopo una vita dedicata alla parrocchia e alla popolazione. La sua scomparsa chiuse una fase importante della storia della chiesa, segnata tanto dall'impegno pastorale quanto dalle difficoltà materiali dell'edificio.

Don Vincenzo Cutrone e le controversie dei primi anni del Novecento
Nel 1902, dopo una procedura di selezione, venne nominato parroco don Vincenzo Cutrone. La sua nomina era stata sostenuta anche da una petizione popolare, sottoscritta da numerosi abitanti di Santo Spirito, che ne apprezzavano le qualità personali e l'impegno religioso.
Il suo ministero, tuttavia, fu segnato da forti contrasti con l'autorità ecclesiastica. Il 30 aprile 1911 il vescovo ne sospese le funzioni; il provvedimento venne confermato il 14 dicembre 1912 dalla Sacra Congregazione del Concilio.
La vicenda non può essere separata da una controversia patrimoniale che aveva coinvolto la parrocchia, il Seminario di Bitonto e il Demanio dello Stato.
Dopo l'acquisto del terreno destinato alla chiesa, nel 1843, era stata costruita nelle vicinanze una casina per il Seminario, insieme a due fabbricati laterali che delimitavano lo spazio antistante l'edificio religioso. Le proprietà e i diritti su queste costruzioni divennero oggetto di una lunga disputa, aggravata dalle conseguenze delle leggi di soppressione e acquisizione dei beni ecclesiastici.
La controversia attraversò diversi gradi di giudizio, dal Tribunale di Bari alla Corte d'Appello di Trani, alla Corte d'Appello di Ancona e alla Cassazione di Roma. Una decisione del Tribunale di Bari del 23 ottobre 1894 stabilì, tra le altre condizioni, il pagamento al Demanio di 12.000 lire in rate annuali nell'arco di vent'anni, oltre a 500 lire per le spese legali.
Nel 1906 venne raggiunto un accordo per la retrocessione dei fabbricati al Seminario, con l'impegno di utilizzarli per la villeggiatura degli alunni e di corrispondere alla parrocchia il canone previsto per l'occupazione del terreno.
La questione, tuttavia, non si concluse senza ulteriori tensioni. Una parte della popolazione si schierò apertamente con don Cutrone, ritenendo che gli accordi fossero svantaggiosi per la parrocchia. Le cronache dell'epoca riferirono anche di una manifestazione contro il vescovo, accompagnata da momenti di forte agitazione.
Il consenso popolare di cui godeva il sacerdote non impedì, però, che le decisioni ecclesiastiche venissero confermate. Nel marzo 1913 Cutrone continuò a celebrare in cappelle private, nonostante le disposizioni ricevute. Il vescovo Pasquale Berardi lo sospese a divinis e diffuse un avviso pubblico per informare i fedeli che non era consentito partecipare alle funzioni da lui celebrate irregolarmente.
Il 25 giugno 1913 avvenne la consegna ufficiale della parrocchia al sacerdote don Michele Lamacchia, nominato economo curato nel marzo dello stesso anno. Il 28 giugno Lamacchia assunse formalmente il proprio ministero e, il 14 dicembre 1913, venne nominato parroco.
Con questo passaggio si chiuse una delle stagioni più travagliate della vita ecclesiastica santospiritese, nella quale le esigenze spirituali della comunità si erano intrecciate con questioni di proprietà, responsabilità amministrative e conflitti di autorità.

Le trasformazioni del Novecento e la chiesa di oggi
La storia della chiesa parrocchiale non si fermò con gli eventi dei primi anni del Novecento. Nel corso dei decenni successivi, la crescita della popolazione rese necessario adeguare l'edificio alle nuove esigenze del quartiere.
Un intervento particolarmente importante venne realizzato tra il 1954 e il 1956, durante il lungo ministero di don Leonardo Piglionica, parroco dal 1935 al 1983. In quella fase la chiesa fu notevolmente ampliata: i volumi vennero praticamente raddoppiati, furono aggiunte le ali laterali e la facciata venne rinnovata, mantenendo l'impostazione generale dell'architettura ottocentesca.
Anche l'aspetto esterno cambiò in modo significativo. L'originario campanile a vela venne sostituito da due torrini campanari gemelli, che oggi caratterizzano il prospetto e rendono riconoscibile la chiesa anche da lontano. La campana, pur rifatta, conserva la memoria di quella donata da Ferdinando II di Borbone.
La scheda storica pubblicata dall'Arcidiocesi di Bari-Bitonto indica il 14 agosto 1956 come data della consacrazione della chiesa. Interventi ulteriori sono stati eseguiti anche in epoca più recente, compresi lavori sulla cupola dopo il 2000.
L'edificio che oggi conosciamo è dunque il risultato di più fasi costruttive e di successive trasformazioni. Non è soltanto la chiesa inaugurata nel 1852, ma il frutto di un percorso lungo e complesso, nel quale si sono sedimentate le necessità e le aspirazioni di generazioni di santospiritesi.

Una storia che appartiene a tutta la comunità
Ripercorrere le vicende della chiesa parrocchiale di Santo Spirito significa comprendere una parte importante della storia del borgo. La sua costruzione fu resa possibile dalla perseveranza degli abitanti, dall'impegno dei vescovi e dei sacerdoti, dal contributo di famiglie benestanti e benefattori e dal lavoro di maestranze che operarono in condizioni spesso difficili.
La chiesa nacque per rispondere a un bisogno concreto: garantire alla popolazione un luogo stabile in cui celebrare la fede e ricevere i sacramenti. Ma, con il passare del tempo, divenne anche un punto di riferimento sociale, uno spazio attorno al quale si svilupparono associazioni, forme di solidarietà e tradizioni condivise.
La sua storia non è priva di contraddizioni. Accanto alla generosità dei donatori si incontrano le difficoltà economiche; accanto alla devozione popolare emergono le controversie patrimoniali e le tensioni con le autorità; accanto alla costruzione dell'edificio si susseguono problemi strutturali che costrinsero a chiuderlo e restaurarlo.
Proprio questa complessità rende la vicenda storicamente significativa. La chiesa non è soltanto un monumento religioso, ma una testimonianza della trasformazione di Santo Spirito da marina di Bitonto a comunità sempre più organizzata, capace di riconoscersi in un luogo comune: Le sue pietre, i suoi altari, la campana e le opere custodite al suo interno raccontano una storia fatta di fede, sacrificio, orgoglio locale e partecipazione collettiva. Una storia che merita di essere conservata e trasmessa, perché nella memoria della chiesa si riflette, in larga misura, la memoria stessa di Santo Spirito.


Fonti

- Vito Lozito, Santo Spirito. Storia di un centro costiero in Terra di Bari, Levante, Bari, 1994.
- Michele De Santis,Santo Spirito (note storiche), Bari, 1977